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Ma gli screening sono inutili?
Il successo del Congresso Nazionale dell'AIDA
confermato dall'interesse dei tanti partecipanti per una tavola rotonda sul
Melanoma
di Giorgio Bartolomucci
Per iniziare questo articolo bisogna raccontare un antefatto.
Sulla rivista di divulgazione scientifica, Focus, Amalia Beltramini descrive i
segni premonitori di alcuni tumori, fra cui il melanoma, che dovrebbero portare
a una immediata visita specialistica. Il collega Roberto D'Ovidio le scrive
per segnalarle alcune imprecisioni - nel testo c'e' scritto che e' sospetto un
nevo che sanguina o una piaga che non guarisce - e per mettere in evidenza come
sia aumentato il riconoscimento dei melanomi iniziali a seguito di campagne d'informazione
che sollecitano il controllo preventivo dei nei: un procedimento definito
nell'articolo inutile in assenza di loro cambiamenti. La Beltramini risponde con
un affondo contro gli screening di popolazione per il melanoma che, secondo uno
studio di H. Welsh pubblicato sul British Medical Journal nell'agosto del 2005,
darebbero luogo a una epidemia di diagnosi precoci senza una relativa riduzione
della mortalita'. In altre parole, l'aumento del tasso di incidenza del melanoma
precoce negli ultimi anni non ci sarebbe realmente stato ma sarebbe dovuto solo
agli screening di massa che aumentano la frequenza delle biopsie e quindi delle
diagnosi. Per questo motivo, lo studio citato afferma che, se l'utilita' dello
screening e' controversa, certa e' la sua dannosita' in termini di costi sociali
e dell'ansia causata da falsi allarmi nel paziente e nei suoi familiari,
sottoposti a loro volta a controlli periodici che conducono, prima o poi, alla
scoperta di una piccola alterazione della pelle. In questo modo - conclude Welsh
- la sovradiagnosi, alimentando se stessa, da' origine a curve statistiche a
crescita esponenziale che, ingiustamente, vengono poi spiegate col buco
dell'ozono e con i danni da raggi solari. La risposta della Beltramini fa rumore
all'interno dell'Associazione Italiana dei Dermatologi Ambulatoriari che
organizza una tavola rotonda durante il recente Congresso Nazionale di Riccione.
Lo scopo e' giungere a una definizione obiettiva del valore degli screening, in
considerazione che da noi, come in gran parte del mondo, esiste da alcuni anni
una campagna di sensibilizzazione dedicata al melanoma, lo Skin Cancer Day, che
vuole dimostrare quanto esso sia sempre piu' diffuso e come la sua precoce
scoperta, con screening e visite annuali, aumenti le possibilita' di guarigione.
Qui finisce la premessa e inizia la cronaca di un evento che ha coinvolto tanti
professionisti, increduli e sorpresi, finora convinti dell'assoluta utilita' di
queste campagne di prevenzione. A contestare i risultati dello studio di Welsh
ci ha provato preliminarmente uno statistico, il prof. Francesco D'Ovidio,
sostenendo che piu' che di una epidemia di diagnosi, incongrua con la realta', a
suo parere si dovrebbe parlare di una maggiore capacita' diagnostica di un
fenomeno in effettiva crescita. Di conseguenza il tasso di mortalita' resterebbe
sempre uguale grazie alle diagnosi precoci, mentre a morire sarebbero quelli che
non avendo fatto ricorso allo screening scoprono il tumore solo in fase
avanzata. Opinione opposta a quella di Welsh, ma provate voi a mettere d'accordo
due statistici... Numeri e proiezioni non hanno pero' diradato la confusione
palpabile nel pubblico e si e' cosi' passati a discutere del concetto di
prevenzione e quanto esso differisca dalla diagnosi precoce – che viene ancora
chiamata, generando talvolta fraintendimenti, prevenzione secondaria. Chi scrive
– chiamato a moderare il dibattito ma anche a stimolarlo in maniera laica e
polemica – ha segnalato che tra gli economisti sanitari si sta rafforzando una
scuola di pensiero che denuncia come la Medicina, negli ultimi 30 anni abbia
riorientato le proprie competenze dalla Cura delle malattie cronico-degenerative
alla Prevenzione, producendo piu' svantaggi che benefici. Meglio sarebbe stato
investire le risorse su altri fattori da cui dipenderebbe in proporzione
maggiore la nostra salute. E giu' con le critiche a un sistema sanitario basato
sull'approccio preventivo: gli ospedali hanno perso gran parte la funzione di
cura di 2° livello ed e' molto aumentata l'area diagnostica e specialistica. La
gente sana si e' convinta che per restare in salute bisogna controllarsi in
maniera preventiva. Da cio': liste d'attesa, esami inutili, medicina difensiva,
ecc. Controllarsi - si sostiene - non e' un gesto che si compie perche' ci si
ammala ma, in quanto sani, per non ammalare: in media ogni italiano in un anno
fa 8 visite mediche e 5 accertamenti diagnostici, specie esami di laboratorio.
Ancora: una quota sempre maggiore della popolazione salta il consiglio medico e
fa autonomamente indagini, spesso superflue, che pesano sul Sistema Sanitario al
pari della malattia e questo atteggiamento, allontanando l'individuo dal reale
bisogno, premia sempre piu' la disponibilita' economica delle persone inducendo
un consumo slegato dalle reali necessita'. Come conseguenza finale: e' giunta al
capolinea l'illusione ideologica che un sistema basato sulla prevenzione sia,
per definizione, non classista, affluente e paritario. Potete immaginare il
mormorio e i segni d'insofferenza che, a queste parole, si palesavano fra i
tanti colleghi cresciuti nella abusata convinzione che prevenire e' meglio che
curare. Per loro, altri dati statistici: da quando si effettuano programmi di
prevenzione la mortalita' generale per tumori non e' calata (1980-82: 124.253
casi; 2002-2004: 164.790), e sia in numero assoluto che in percentuale, il tasso
standardizzato di mortalita' per tumori e' calato meno (-2,6%) del TSM generale
(-7,2%) e del TSM per malattie cardiocircolatorie (-10,2). Pur riconoscendo,
quindi, che molti risultati sono venuti nelle fasi della diagnosi e cura, visto
l'aumento dei casi pari al 30% in 20 anni, appaiono molto piu' scarsi sul piano
della prevenzione (da non confondersi con quella secondaria legata alle diagnosi
precoci). E qui la tanto attesa domanda: che valore hanno gli screening
nell'ambito delle politiche di prevenzione dei tumori? Per rispondere si e'
partiti fissando alcuni punti irrinunciabili: una politica sanitaria basata sui
controlli periodici e preventivi deve tener conto della diffusione della
malattia (tasso di prevalenza) e considerare che gli errori crescono quanto piu'
essa e' bassa, sia in termini di falsi positivi che, in misura minore, di falsi
negativi. Inoltre il valore predittivo degli screening non e' associato solo ai
test o agli esami, ma anche al campo di applicazione (p.e. piu' giovani: piu'
errori). A questi principi - uno dei padri della dermatologia oncologica
italiana, il prof. Mario Cristofolini di Trento - ha voluto aggiungere che il
valore umano e sociale di uno screening e' legato alla rilevanza della patologia
(incidenza e mortalita') ed e' maggiore se i test - affidabili, innocui e costo
compatibili - permettono di individuare un gran numero di tumori in fase
precoce, quando e' ancora possibile intervenire con cure efficaci. Va inoltre
tenuto conto che l'insieme dei risultati spesso dipende piu' dalla esperienza
degli operatori che dalla effettiva diffusione del tumore. Valutando quindi i
pro e i contro degli screening per il melanoma - secondo Cristofolini - l'indicazione
e' di evitarli in forma generalizzata, su una popolazione indistinta e
asintomatica, mentre andrebbero caldeggiate campagne di educazione sanitaria e
finanziati studi di sorveglianza periodica su soggetti a rischio, e i follow up
per lesioni gia' definite a rischio. Fondamentale quindi la creazione in tutte
le regioni dei Registri Oncologici che oltre a permettere migliori studi
statistici facilitano l'identificazione dei soggetti da controllare per
familiarieta'. Condividendo il giudizio sulla inutilita' degli screening
diffusi, il Prof. Natale Cascinelli, noto chirurgo oncologico, ha ricordato che
i successi raggiunti dalle campagne di diagnosi precoci dei tumori dell'utero e
del seno, si sono registrati con popolazioni omogenee e con un rischio di
incidenza realmente alto, condizioni assenti nel caso del melanoma. A spendere
una parola a favore delle grandi campagne di sensibilizzazione e' stato anche il
dott. Ignazio Stanganelli, che con l'Intergruppo Melanoma Italiano e' uno degli
animatori del progetto ''Metti il Melanoma in Fuorigioco'', che ha diffuso la
consapevolezza sul rischio di neoplasia cutanea attraverso il mondo del calcio.
Una particolare attenzione agli aspetti della ereditarieta' e alle prospettive
di terapia genica e' stata sollecitata invece dal dott. Antonio Crupi, nuovo
Presidente Eletto dell'AIDA, che nel passato ha animato alcune delle piu'
importanti campagne educative dell'associazione, a partire dal ''Sole Buono'',
che hanno sempre sostenuto il ruolo essenziale dei dermatologi del territorio
nella lotta alla diffusione delle neoplasie cutanee. Per finire, una conferma
numerica delle statistiche relative alla situazione italiana e' venuta dall'anatomopatologo
dell'IDI di Roma, il dott. Giulio Ferrante che ha ricordato che in otto anni
presso il suo Ospedale sono stati asportati circa 77.000 lesioni cutanee con una
positivita' per diagnosi di melanoma pari a circa il 10%. Un dibattivo a piu'
voci, quindi, riassumibile nella conclusione raggiunta: poiche' non si riesce a
dimostrare che la sopravvivenza e la riduzione di mortalita' da melanoma siano
attribuibili all'attivita' specifica di screening generalizzati della
popolazione, si consiglia di lavorare su gruppi riconosciuti a rischio,
ponendosi per obiettivi la diagnosi precoce e la riduzione degli interventi
demolitivi. Con la raccomandazione di valutare in maniera serena i dati
statistici, mettendo in discussione qualsiasi rassicurante ipotesi
precostituita, come per esempio, l'efficacia preventiva degli screening, a
prescindere...
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