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Meno sangue e piu' qualita' chirurgica
Importanti novita' e conferme dal 112.mo Congresso
Nazionale della Societa' Italiana di Chirurgia (SIC) tenutosi di recente a
Roma
di Danilo Panicali
Offrire qualita' in chirurgia garantendo al minimo il sanguinamento ed evitando
le trasfusioni in sala operatoria. Si potrebbe racchiudere in questa frase il
modo in cui la piu' importante Societa' Italiana di Chirurgia vede la figura del
moderno chirurgo all'interno di una sanita' che paga oggi lo scotto di tagli
importanti e riduzione degli investimenti. Questi obiettivi sono stati uno dei
temi principali intorno ai quali si sono incentrati i lavori di un Congresso che
ha visto la partecipazione di oltre tremila chirurghi e durante il quale si e'
parlato soprattutto delle tecniche piu' avanzate per garantire la migliore
qualita' di vita per il paziente. Al congresso erano presenti, tra gli altri,
anche chirurghi di fama internazionale che hanno affrontato proprio il tema
della chirurgia senza sangue. “Ridurre le trasfusioni di sangue durante
l'intervento chirurgico – ha detto Aryeh Shander Professore di Anestesiologia,
Medicina e Chirurgia del Mount Sinai Hospital di New York, nominato da Time
Magazine tra gli “heroes of medicine” – e' oggi piu' che mai possibile e
importante, poiche' queste comportano gravi rischi per il paziente e notevoli
costi per l'ospedale e per i Sistemi Sanitari Nazionali. Gestire il
sanguinamento in modo rapido ed efficace significa anche ridurre i tempi di
intervento, le complicanze e di conseguenza i tempi di degenza post-operatoria e
i reinterventi. In questa prospettiva, il paziente assume una posizione ancor
piu' centrale e il chirurgo, per ottimizzare i suoi interventi, puo' scegliere
fra tecniche sempre piu' raffinate di emostasi e di svariati prodotti
emostatici. Questi ultimi, in particolare non sono tutti uguali e vanno scelti
sulla base di meccanismo d'azione, sicurezza ed efficacia e valutando le
evidenze scientifiche e di costo-efficacia disponibili. Com'e' la situazione che
appare in Italia? Il giudizio emerso dal convegno non lascia spazio a dubbi:
ancora a macchia di leopardo, con zone di eccellenza in cui ogni chirurgo
conosce e s'impegna nello sforzo di minimizzare il sanguinamento in sala
operatoria, e zone in cui la richiesta di sangue di supporto alla chirurgia e'
ancora troppo alto. In definitiva, il momento del salto di qualita' verso
procedimenti standardizzati di “chirurgia senza sangue” non e' stato ancora
compiuto da tutti. Non ci si meravigli quindi se in molte strutture ospedaliere
del nostro Paese, ci sono situazioni molto difficili da gestire anche perche' i
protocolli non sono seguiti in maniera corretta. Idealmente i mezzi per evitare
il sanguinamento in chirurgia dovrebbero essere patrimonio degli operatori
sanitari in ogni angolo della penisola, cosi' da garantire le stesse
possibilita' e gli stessi vantaggi a tutti i pazienti, indipendentemente dalla
regione che li accoglie. “Gestire il sanguinamento – conferma ancora William
D. Spotnitz, Direttore del Dipartimento di Chirurgia dell'Universita' della
Virginia – significa anche evitare il posizionamento di un drenaggio per una
emorragia o un reintervento. Basterebbe studiare di piu' il meccanismo
dell'emostasi, e un chirurgo potrebbe fare la differenza: per il paziente e per
la qualita' dell'intervento, come avviene in gran parte del mondo occidentale.
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