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L'evoluzione della cellula tumorale
Tuttoscienze ha recentemente pubblicato un articolo sull'interpretazione evoluzionista e adattiva delle cellule neoplastiche
intervista al Prof. Gianfranco Peluso, Istituto di Biochimica delle Proteine, Cnr Napoli – C.R.I.B. Universita' di Napoli Federico II
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Prof. Peluso lei ha scritto che l'insor-genza di un tumore e il suo successivo sviluppo sono legati
all'accumulo di mutazioni di specifici geni in una cellula che acquista cosi' un vantaggio proliferativo rispetto alla controparte cellulare normale... Per la comprensione dei meccanismi alla base del processo di cancerogenesi
e' fondamentale lo sviluppo di nuovi modelli capaci di descrivere in maniera corretta la dinamica di trasformazione di una cellula normale in una cellula neoplastica altamente aggressiva. Non
e' possibile pero' studiare tale dinamica con modelli esclusivamente deterministici proprio a causa della sua estrema complessita' per la presenza di numerose variabili non sempre facilmente identificabili. Partendo da queste premesse,
e' importante l'uso di modelli stocastici che permettono di affiancare alla descrizione deterministica la parte aleatoria tipica degli eventi biologici.
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Cosa
c'e' alla base della formulazione di questo tipo di modelli?
L'idea di considerare la sequenza di mutazioni genetiche che si avvicendano nel processo di cancerogenesi proprio come una variabile aleatoria.
E' ormai generalmente accettato, infatti, che una sola mutazione genica non e' sufficiente, escluso rarissimi casi, a determinare lo sviluppo di un tumore maligno. Infatti, la presenza nella massa neoplastica di cloni che, pur originando dalla stessa cellula trasformata, |
risultano eterogenei da un punto di vista sia citogenetico che di aggressivita', presuppone una sequela di mutazioni genetiche e/o epigenetiche che portano
all'insorgenza del fenotipo maligno.
Siamo, quindi, incapaci di controllare tutte le mutazioni geniche cellulari che caratterizzano la transizione da un fenotipo normale a un fenotipo tumorale invasivo?
Sulla base di osservazioni empiriche si tendeva a correlare le mutazioni genetiche con il vantaggio in termini di crescita della cellula neoplastica rispetto alla cellula normale. Un punto critico di questi modelli
e', pero', che nella descrizione del processo di cancerogenesi, non e' evidenziata
l'influenza del microambiente sulla cellula tumorale che porta a un adattamento cellulare in accordo con il principio fondamentale delle dinamiche Darwiniane
(''individual properties evolve only if they increase fitness and, therefore,
proliferation'').
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| Il
significato biologico che puo' assumere il microambiente, l'intorno
biologico in cui la cellula cancerosa prolifera, potrebbe essere a
esempio proprio quello di selezionare cloni tumorali che risultano
essere con fenotipo piu' aggressivo e, percio', piu' letale per
l'organismo ospite. Quindi, anche se molti degli eventi genetici che
caratterizzano la cancerogenesi sono noti, la loro precisa interazione
con fattori ambientali che controllano l'espansione clonale e la
progressione maligna sono |
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ancora poco chiari o non presi nella giusta considerazione. Per questo motivo e'
anche importante che dinamiche Darwiniane, debbano essere applicate ai modelli
di cancerogenesi. In una dinamica Darwiniana la capacita' proliferativa di un
elemento neoplastico deve in ogni caso adattarsi alla pressione selettiva del
microambiente che non e' statico ma cambia anch'esso dinamicamente, come
risultato delle modifiche che la stessa cellula tumorale espandendosi e' in
grado di produrre. In questo caso i tratti tipici dei tumori invasivi sono
indotti da meccanismi adattativi al microambiente patologico che caratterizza il
tessuto tumorale che, conferendo alle cellule neoplastiche un vantaggio
selettivo alla loro proliferazione e propagazione, ne determina di fatto anche
la malignita'.
Lei sostiene che alcuni dei geni coinvolti nel processo di cancerogenesi siano quelli che presiedono alla riparazione del DNA...
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Il
loro malfunzionamento porta a un'ipermutabilita' del genoma della
cellula con conseguente accumulo di mutazioni in altri geni che alla
fine determinano la definitiva trasformazione neoplastica. Un esempio
descrittivo di quanto finora detto puo' essere cosi' sintetizzato. Un
epitelio di rivestimento normale, (quale quello mono-stratificato
presente a livello dell'intestino), e' caratterizzato da cellule che
sono saldamente connesse sia con la membrana basale, su cui poggiano,
sia con le cellule adiacenti. |
La crescita cellulare e' strettamente controllata dalla cosiddetta
inibizione da contatto, dovuta alle presenza di cellule contigue, e dal fenomeno
dell'anoikis, cioe' della morte cellulare che sopravviene quando cellule
che vivono adese a un substrato si distaccano dallo stesso. Inoltre, i fattori
trofici e i substrati energetici raggiungono facilmente la cellula epiteliale
dal momento che devono attraversare la sola membrana basale. Una proliferazione
puo' quindi determinarsi in condizioni normali solo se sopravviene una mutazione
che conferisce resistenza all'inibizione da contatto e all'anoikis, permettendo
cosi' alla cellula mutata di non essere piu' dipendente dall'ancoraggio a un
substrato per poter sopravvivere e moltiplicarsi. La crescita tumultuosa aumenta
il fabbisogno di fattori nutritivi, ma l'apporto di fattori di crescita, di
ossigeno e di substrati energetici diminuisce perche' questi diffondono con
estrema difficolta' nella massa neoplastica anche se inizialmente di piccole
dimensioni.
Qual
e' l'ambiente ideale in cui proliferano le cellule neoplastiche?
Un ambiente contraddistinto da ipossia, acidosi e scarsi o nulla fattori di
crescita, sembrerebbe sfavorire piuttosto che indurre il processo di
cancerogenesi. La pressione selettiva creata dall'intorno biologico induce pero'
anche fenomeni di adattamento con l'insorgenza di cellule caratterizzate da una
produzione autoctona di fattori di crescita, da un'aumentata glicolisi
anaerobica - che prevede l'uso di glucosio come fonte primaria di energia -
produzione di acido lattico, e aumentata resistenza alla tossicita' legata all'iperacidita'.
L'iperacidita' conseguente alla produzione di acido lattico non solo inibisce la
crescita di cellule normali non acido-resistenti ma e' in grado di favorire, con
meccanismi solo parzialmente noti, l'invasione locale e le metastasi a distanza
degli elementi neoplastici. Infine, la stessa bassa tensione di ossigeno
permette di selezionare cellule tumorali in grado di produrre fattori
angiogenici capaci cioe' di indurre una neo-vascolarizzazione della massa
tumorale.
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