|
Una volta raggiunta una diagnosi, questa va comunicata al paziente. Comunicare la diagnosi significa indicare, quando possibile, una prognosi. Questo
e' uno degli atti medici piu' delicati nel rapporto medico-paziente. Oltre a condizionare tutta la futura relazione tra curante e malato, ha una serie di notevoli implicazioni etiche e medico legali. Non sempre i medici sono coscienti di
cio'. Approfondire tutte le tematiche relative alla comunicazione della diagnosi, significa affrontare un intero corso di psicologia medica. Nelle poche righe che abbiamo a nostra disposizione, vogliamo solo porre all’attenzione del dermatologo una serie di problemi, che ciascuno potra' approfondire se lo desidera. Molti medici non desiderano farlo.
Vediamo in concreto quali situazioni possano presentarsi con maggior frequenza al dermatologo. Ascoltare con attenzione il nostro paziente
e' fondamentale per ogni medico. Anche diagnosi per noi banali quale una tricofizia della parti glabre
(dovro' eliminare il gatto che mi ha infettato?) o una pediculosi del capo (come
e' possibile che una persona pulita come me abbia i pidocchi? Dio, che vergogna!) possono scatenare reazioni di notevole intensita' nel malato.
La situazione e' ben diversa quando ci troviamo a dover informare il paziente circa una malattia a possibile prognosi infausta o una malattia cronica, con notevole impatto psicologico e sociale. Volendo comunicare al paziente la vera natura della sua malattia, occorre, fin dall’inizio, non dire nulla che non sia vero. Se si comincia a mentire, si dovra' continuare a farlo. La menzogna porta ad altre menzogne e le bugie, spesso dimenticate, portano alla perdita della fiducia da parte del paziente.
Di fronte al paziente che ci presenta una patologia neoplastica, dovremo modulare la nostra diagnosi in rapporto alla reale urgenza di un intervento.
e' ovvio che il nostro stimolo a intervenire va adeguato alla risposta del paziente. Qualche paziente particolarmente ansioso, di fronte a un sospetto
basalioma, ne chiede l’asportazione il giorno dopo. Un altro, al quale si prospetta una diagnosi di possibile melanoma, chiede se puo' fissare l’intervento dopo le vacanze. Qui basta il buon senso del dermatologo per impostare correttamente il discorso. Diverso
e' il caso di chi, gia' operato di melanoma, lascia il reparto. A questi va data la diagnosi, vanno fissati i controlli e soprattutto va data la risposta dei quesiti che il paziente ci pone. Alcuni saranno espressi chiaramente, ad altri il paziente non desidera risposta. Il procedimento da seguire
e', a mio avviso, il seguente: il malato deve saperne abbastanza sulla sua malattia per poter collaborare al trattamento. Bisogna anche comunicargli tutto cio' che puo' diminuire l’angoscia e permettergli di accettare la propria malattia.
e' preferibile che il medico eviti il gergo professionale e parli in termini semplici e comprensibili, dando al paziente spiegazioni precise e accessibili. Dovra' evitare di parlare dei dubbi che egli nutre e non dovra' insistere sulle eccezioni che ogni malattia presenta. Non
e' necessario che il medico insista sugli effetti secondari di taluni farmaci. Potra' parlarne solo se si presenteranno. Se il paziente ci
e' stato inviato da un altro dermatologo o dal medico di famiglia, forniremo al collega la diagnosi, e lo avviseremo di avere gia' informato il paziente circa la natura della sua malattia. Se la nostra opera, attraverso accertamenti vari (e in particolare una biopsia) ci fa sospettare una forma sistemica, potremo delegare la comunicazione della diagnosi al collega internista o all’oncologo. Comunicare una diagnosi di cancro non
e' mai facile, anche se le reazioni dei pazienti sono spesso simili e largamente note agli psicologi.
e' per questo che tale diagnosi viene spesso comunicata in maniera frettolosa e brutale, magari durante la visita in corsia, alla presenza dei familiari e di altri malati. Il medico tende a sbrigare rapidamente questa poco piacevole incombenza. Una situazione non uguale ma assai simile, si ha quando il dermatologo deve informare il paziente che
e' affetto da AIDS. La comunicazione della diagnosi di tumore – problema sul quale sono stati versati fiumi di inchiostro – ha ancora oggi modalita' diverse nei paesi di cultura anglosassone rispetto all’Europa mediterranea e quindi all’Italia. Dagli anni ‘60/’70 in rapporto alle decisioni dei Comitati di Bioetica e per motivi
medico-legali, negli Stati Uniti la tendenza
e' quella di fornire la diagnosi direttamente al paziente. Da noi spesso il tumore non viene comunicato al malato, ma ai suoi familiari. Si crea insomma una rete di protezione attorno all’infermo, con la collusione tra medico, familiari e persone vicine al paziente. Personalmente ritengo che la diagnosi di cancro o di altra malattia a prognosi spesso infausta vada comunicata al paziente per una serie di motivi: 1) lo impone la legge. La legge sulla privacy impedirebbe proprio ai familiari di conoscere la diagnosi. Insomma, tutto il contrario di quanto avviene oggi; 2) il paziente deve essere messo nelle condizioni di poter pianificare al meglio la propria vita, nel tempo breve o lungo che gli
e' concesso. Puo' decidere di farsi curare in un modo o nell’altro, o di farsi una “bella” vacanza, o di gestire a modo suo la situazione patrimoniale, o di regolarizzare una situazione, ad esempio dalla convivenza al matrimonio, ecc. il rischio di suicidio pare statisticamente irrilevante; 3) vorrei aggiungere che la diagnosi va comunicata all’interessato anche per correttezza e onesta' professionale: sara' il paziente a farci capire che non desidera conoscere tutta la
verita', in qualche caso invitandoci espressamente a limitare le nostre informazioni, in altri casi rifiutando di capire quanto gli abbiamo detto.
Situazioni particolari si hanno con il bambino e con l’adolescente, per i rinvio alla copiosa letteratura esistente. Diversa la situazione di fronte ad altre malattie gravi. In un paziente morto a 36 anni per un pemfigo
seborroico, penso ancora di essere stato inadeguato nel chiarirgli la situazione, che l’avrebbe portato forse a scelte esistenziali diverse. Operaio edile, quando non ce la faceva a sostenere un lavoro molto pesante, si aumentava da solo il dosaggio cortisonico e…tirava avanti! Una diagnosi di psoriasi, facile per il dermatologo, ci pone problematiche diverse. Le implicazioni per il paziente e per la sua qualita' di vita sono notevoli. Sara' bene spendere tempo con questo paziente, eventualmente suddividendolo in due consultazioni. Il paziente inevitabilmente vorra' sentire altre opinioni, e ascoltera' gli amici e semplici conoscenti. Sara' bene ascoltare con attenzione tutte le nozioni che ha appreso, le sue fantasie e le sue ansie. In un caso di LED cronico avevo spiegato, nei limiti del possibile, la terapia e il fatto che il paziente doveva evitare l’esposizione alla luce solare. Il paziente aveva un lavoro al coperto, in quanto addetto alla manutenzione di impianti idrici ed elettrici e non aveva manifestato alcun disagio all’idea di rinunziare al mare. Pareva anzi lieto di aver una scusa per mandare al mare moglie e figlio, senza fare le vacanze con loro. Mi confido' poi di aver sofferto tantissimo – ma aveva avuto il coraggio di parlarmene – per aver dovuto rinunziare ad andare a pesca, cosa che amava moltissimo fare, e di aver perso molti amici, pescatori come lui.
Una corretta comunicazione della diagnosi sarebbe possibile se conoscessimo il paziente e la sua struttura psicologica: cio' non
e' quasi mai realizzabile, nei fugaci incontri che si hanno nella pratica quotidiana. Dovremmo inoltre conoscere noi stessi e la nostra struttura psicologica
(gnosce te ipsum!). Un medico con una personalita' sadica (e non sono pochi) tendera' ad esporre una diagnosi in modo particolarmente penoso per il paziente. Altri tenderanno a fornire al malato una quantita' di particolari superflui, solo per esibire la profondita' della loro cultura medica. Rimane infine da stabilire in quale situazione debba svolgersi l’atto della comunicazione della diagnosi. In questo ristretto ambito possiamo agire. La diagnosi va comunicata con calma, usando tutto il tempo necessario, in ambiente idoneo (possibilmente nel nostro studio), con chiarezza assoluta, precisione e completezza. Deve essere rivolta al paziente e a chi lo accompagna, se cosi' il malato desidera. Di fronte allo shock e al disorientamento causati da una diagnosi difficile, puo' essere utile un secondo incontro, quando il paziente ha elaborato la diagnosi e si sta riorganizzando psichicamente.
e' importante rispettare i silenzi del paziente. Nel breve tempo a nostra disposizione, dobbiamo cercare di capire che cosa il paziente gia' sa, che cosa il paziente vuole sapere, che cosa il paziente ha bisogno di sapere per affrontare le cure e la sua nuova vita. Molti si spaventano alle domande che il paziente puo' fare e tentano di soffocarle. Al contrario le domande del paziente sono molto importanti, perche' esprimono i suoi pensieri. A volte il malato non si aspetta neppure una risposta: sta semplicemente esprimendo una paura o un dubbio, e va ascoltato. Come non
e' giusto creare false speranze, cosi' non e' giusto distruggere tutte le speranze.e' privilegio e dovere dello specialista informare correttamente chi si
e' affidato a noi spontaneamente, o ci e' stato indirizzato, a evitare che questi cerchi la descrizione e la prognosi del suo male (che
e' fisico e psichico insieme) in qualche vecchia enciclopedia medica, in Internet, o in qualche “pezzo” giornalistico, piu' o meno attendibile.
|