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TINTARELLA ARTIFICIALE
Anni ‘70 e ‘80: intere generazioni inneggiano all’abbronzatura
come sinonimo di benessere. Anni ‘90: il buco nell’ozono ha messo in
crisi la tintarella all’aria aperta. E allora? Tutti ad abbronzarsi in
maniera "sicura" nei centri solarium, a forza di radiazioni UVA.
Ma e' poi cosi' sicuro?
di Fabio Fantoni
Davvero la tintarella artificiale non ha conseguenze sul nostro organismo, sulla
nostra pelle, sui nostri occhi? Una schiera di scienziati soprattutto
statunitensi, pur riconoscendo il possibile uso terapeutico, ha dichiarato
guerra alle radiazioni ultraviolette. Di qualunque tipo e natura. E in Italia?
Per abbronzarsi bastano dai nove ai quindici minuti. E' questo il nuovissimo
messaggio rivolto agli stakanovisti della tintarella, che non ce la fanno ad
aspettare l'estate e sono interessati all’ultima diavoleria tecnologica in
fatto di abbronzatura artificiale, un particolare tipo di lampada chiamato
capsula , in cui ci si puo' muovere, ballare ed anche cantare, per mezzo di un
microfono che consente di ascoltare la propria voce amplificata. E neanche si
suda grazie ad un brevettato impianto di ventilazione.
Argomento controverso, l’abbronzatura artificiale. L'American Academy of
Dermatology (AAD ) statunitense ha espresso parere contrario circa la sicurezza
di questo fenomeno. Viceversa, l’industria dei lettini solari sostiene che i
giovani desiderano abbronzarsi e che i centri solarium offrono l’unico modo
sicuro e controllato per farlo.
Ma allora, esporsi alle lampade a raggi ultravioletti fa bene o fa male? Il
professor Giuliano Manfredi, Primario Dermatologo all’Ospedale di Piacenza, e'
convinto che "anche per l’abbronzatura artificiale ad uso estetico -
lampade e lettini - i tempi dovrebbero essere lentamente progressivi nella fase
iniziale, e non gia', come spesso avviene, applicazioni di tempi standard sempre
uguali - 10 o 20 minuti - con eventuali associazioni di creme schermanti nelle
prime sedute". Un consiglio di buon senso, quello del professor Manfredi.
Un buon senso che, qui in Italia e soprattutto al Nord o nelle grandi citta',
sembra talvolta mancare agli utenti nostrani - in gran parte giovani intorno ai
20/30 anni spesso technomusic-dipendenti - e piu' colpevolmente ai meno avveduti
istituti di bellezza che gestiscono i Tanning Parlor Saloons, per dirla all’americana.
Del resto, buon senso non ha mai fatto rima con giovane eta'.
"Talvolta" - racconta Franca Sinopoli, titolare dei centri Shape’n
Sun romani - "succede pure che, contravvenendo ai regolari e consigliati
tempi di esposizione, i ragazzi siano capaci perfino di ritemporizzare da soli
la trifacciale, pagando una sola seduta a 12/15000 lire, perche' quando escono
vogliono vedersi belli rossi, abbronzati in faccia". A dir la verita', una
prima valutazione a caldo della situazione farebbe propendere decisamente a
favore di una presenza medica che supervisioni all’interno di un centro
solarium. Ma c'e' qualcuno che non e' d'accordo.
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"Il centro solarium" - racconta Paolo Ferappi, gestore del centro
Bunny’s Sun a Roma - "e' stato inquadrato presso la Camera di Commercio
grazie alla legge 1/1/91, fortemente voluta dall'Associazione Nazionale
Estetiste; in tal modo si e' regolarizzato il settore dell’abbronzatura
artificiale per uso cosmetico, dando la possibilita' alle estetiste qualificate
di utilizzare queste apparecchiature. |
| Prima della 1/1/91 non era
cosi': per
aprire al pubblico un centro solarium si doveva ricorrere alla nomina di un
direttore tecnico sanitario, in altre parole un medico, e si apriva il centro
come gabinetto di fisiokinesiterapia. Ma tant’e', siamo in Italia"
continua il Ferappi con un po’ d’amaro in bocca, "cosicche' in questi
panni, il medico veniva spesso ad assumere un semplice ruolo di garante. |
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Non
viveva la vita del centro, non praticava: in breve, si limitava a ritirare il
suo stipendio mensile e basta. La legge 1/1/91 ha posto fine a questo malcostume
ed ora per aprire un centro solarium si puo' richiedere la licenza come istituto
di bellezza, e sta alle estetiste verificare che vengano rispettate le regole
d'uso ". |
Tutta questa diatriba di carattere legislativo pero' non sposta di
una virgola il problema. L’abbronzatura artificiale fa male o fa bene? Per
orientarci in una materia cosi' complessa, cominciamo con un po’ di storia.
"In dermatologia" - ricorda l’ingegner Rodolfo Stevanato,
quarantasei anni, titolare della Stenal s.r.l. di Teolo in provincia di Padova,
e che da almeno quindici si occupa di solarium abbronzanti e apparecchiature a
raggi U.V. per uso dermatologico - "le radiazioni Ultra-Violette sono
utilizzate dall’inizio del secolo, soprattutto per la cura di psoriasi,
vitiligine e altre forme di dermatosi". I solarium abbronzanti nascono
percio' come uso derivato, secondario delle apparecchiature U.V. a scopo
terapeutico. E che ci sia una tradizione terapeutica ce lo conferma Maurizio
Lombardini, titolare della societa' Jelosil di Milano, specializzata in
forniture ospedaliere. "Ad esempio, le cancerogene radiazioni U.V.C.
[radiazioni ultraviolette ad onde corte che, in natura, si trovano in alta quota
intorno ai 4000/5000 metri e la cui banda centrale di lunghezza d’onda si
attesta intorno ai 254 nanometri, dove 1 nanometro corrisponde ad un
miliardesimo di metro, n.d.r.] sono di solito impiegate per la sterilizzazione
di oggetti o strumenti chirurgici. In piccole dosi e per esposizioni assai
ridotte, qualche decina di secondi, le U.V.C. risultano terapeutiche per coloro
che soffrono, ad esempio, di piaghe da decubito". Ma riprendiamo la storia.
La svolta per i solarium abbronzanti e' avvenuta quando, alla fine degli anni
‘70 in Germania, il gruppo guidato dal fotobiologo Friedrich Wolff sviluppo'
la tecnica dei tubi U.V.A., riuscendo finalmente a separare le radiazioni di
tipo A dell’ultravioletto da quelle di tipo B e riducendo fortemente l’emissione
di queste ultime, considerate dannose. "Ma ci sono radiazioni Ultraviolette
di tipo B, il cui centro banda staziona intorno ai 290/300 nanometri fino a
raggiungere i 315 nanometri" - precisa ancora Lombardini - "che, pur
trattandosi di radiazioni pericolose per la pelle poiche' eritematogene, nel
senso che provocano eritemi o congiuntiviti, vengono spesso impiegate proprio
per la cura delle malattie della pelle, valutando accuratamente tempi e distanza
d’esposizione e la potenza dell’emissione. Se l’applicazione viene fatta
alla distanza di 1 metro, ad esempio, allora puo' durare anche 7/8 minuti, anche
se tutto e' subordinato al tipo di pelle che ha ciascuno di noi". Con
questi precedenti, le tanto reclamizzate radiazioni UVA nascono come
"sicure", non dannose per la pelle. Si spiega cosi' il boom
commerciale dell’abbronzatura artificiale nel mondo a partire dai primi anni
Ottanta, e che in Italia ha avuto i suoi massimi storici qualche anno piu'
tardi. Infatti sono proprio le UVA le radiazioni impiegate in prevalenza per
abbronzarsi, ma va detto che esse da sole non riuscirebbero mai - se non in dosi
massicce - ad innescare il processo di pigmentazione dell’epidermide, che
viene determinato invece, facilmente, da percentuali pur minime di UVB. Svelato
un arcano, dunque: una buona macchina per l’abbronzatura artificiale e' una
"miscela di UVA e di UVB, queste ultime in percentuale minima contenuta tra
lo 0,2 e lo 0,4%." Ancora secondo Lombardini, "la lunghezza d’onda
centrale dell’ UVA si aggira intorno ai 360 nanometri, potendo andare le UVA
dai 315 ai 400 nanometri. La distanza di solito consentita per applicazioni UVA
si attesta sui 10/20 centimetri per un tempo massimo di esposizione, comunque
dipendente dalla potenza di emissione e dal tipo di pelle, intorno ai 20 minuti.
Con le apparecchiature oggi in circolazione, per avere un’abbronzatura
soddisfacente bastano 3/5 applicazioni". Per inciso, anche le UVA hanno
avuto il loro bel momento di popolarita', fuori dai centri di estetica, nel
mondo dei dermatologi, quando si fece uso qualche anno fa, della cosiddetta
terapia P-UVA - psoralene aggiunto a UVA - per la cura della psoriasi. Ma la
scoperta di ripercussioni negative sul fegato fu la principale causa di
abbandono per la P-UVA, oggi quasi dimenticata. UVA, UVB, UVC: ce n’e' per
tutti i gusti e per tutte le lettere dell’alfabeto, sembrerebbe. Ma da questa
breve panoramica tecnica e storica sull’abbronzatura artificiale, qualcosa di
interessante emerge. Sebbene l’opinione di gran parte del mondo scientifico
sia orientata ormai da tempo a sconsigliare l’uso delle radiazioni UV a scopi
estetici e ci sia un abbondante letteratura scientifica che comprova i danni
alla pelle provocati dalle radiazioni UV, pur tuttavia siamo di fronte ad un
fenomeno sociologico e di costume, quello della tintarella artificiale, per cui e' facile registrare un’ampia
varieta' di situazioni e prese di
posizione nel mondo, anche se, in linea di principio, due grandi schieramenti si
contrappongono, Europa o meglio Germania versus Stati Uniti. Negli Stati Uniti,
l’argomento tintarella artificiale e' ben piu' sentito che da noi. Durante gli
anni '70 e '80, l’industria statunitense dell’abbronzatura artificiale e'
cresciuta assai rapidamente; fino a raggiungere oggi una dimensione commerciale
intorno ai due miliardi di dollari per anno tra macchinari e ore dedicate all’indoor
tanning. Sono state fatte varie stime: la Sun Tanning Association for Education,
ad esempio, sostiene vi siano almeno 20.000 unita' abbronzanti ad uso privato,
circa 90.000 istituti ove si possa praticare l’abbronzatura e circa 40.000
lettini solari in uso nei Beauty Parlors o Health Clubs. Fonti governative hanno
invece stimato l’esistenza di almeno 75.000 saloni ad unita' multiple e oltre
40.000 lampade solari per uso privato. Sebbene il tipo di regolamentazione vari
da Stato a Stato, la maggior parte dei lettini abbronzanti deve essere
regolarmente ispezionato, a pagamento, dal dipartimento della sanita' pubblica;
e si richiede inoltre la presenza di cartelli informativi che avvertano gli
utenti sui possibili effetti collaterali all’uso di massicce dosi di
radiazioni ultraviolette di tipo A. Negli ultimi otto anni, pero', lo sforzo di
collaborazione prodotto da dermatologi, oftalmologi, unita' di pronto soccorso e
assistenti familiari ha portato alla messa a fuoco di una normativa in ventisei
punti - approvata nel dicembre 1994 (risoluzione n°217) dall’American Medical
Association e dalla FDA - atta a regolamentare per tutti gli Stati Uniti il
fenomeno dell’abbronzatura artificiale per fini non terapeutici. Nella
risoluzione 217, fra le altre cose, si puo' leggere quanto segue: "La
crescente incidenza del melanoma negli USA rappresenta un affare di diretto
interesse per la salute pubblica; c’e' un’evidenza scientifica dell’uso
indiscriminato dei lettini per l’abbronzatura artificiale unito ad un fattore
di rischio che comporta lo sviluppo del melanoma; l’uso del lettino negli USA e' per un pubblico che spesso non
e' a conoscenza dei rischi che corre. Per
questo motivo l’American Medical Association intende incoraggiare presso la
Food and Drugs Administration provvedimenti atti a bandire la vendita e l’uso
di tutte le attrezzature per l’abbronzatura artificiale per fini non
terapeutici".
Interrogazioni parlamentari, evidenze scientifiche, statistiche sul numero dei
melanomi, non impediscono ad un milione di americani di visitare giornalmente i
centri solarium: niente male davvero per un mercato le cui dimensioni
commerciali si aggirano intorno ai tremila miliardi di lire!
A differenza degli Stati Uniti, l’Italia non dispone - ancora - di cifre,
statistiche o stime che consentano di quantificare e valutare le dimensioni del
fenomeno solarium: quanti centri sono operativi, dove sono dislocati, qual e' la
frequentazione media, dimensioni commerciali, etc. C’e' pero' chi, come l’ingegner
Stevanato, ritiene che "il mercato italiano, fatte le dovute proporzioni, e' di dimensioni superiori a quello statunitense, almeno potenzialmente". E
il fatto di vivere in un paese assai dotato di sole come l’Italia piuttosto
che in paesi dal clima ostile come la Germania o la Scandinavia, non sembra
essere piu' un argomento decisivo a sfavore dei solarium: a sentire gli
specialisti, dall’anno scorso, sembra ci sia un boom dell’abbronzatura
artificiale perfino in Sudamerica oppure in paesi del sud-est asiatico. Del
resto, senza considerare i lettini professionali che possono arrivare a costare
anche 50 milioni l’uno, un banale solarium da viso, in Italia, si puo'
comodamente acquistare a 120.000 lire in quasi tutti i negozi di
elettrodomestici. L'ingegner Stevanato arrischia qualche valutazione. "Il
fenomeno dell’abbronzatura artificiale in Italia e' partito intorno ai primi
anni Ottanta da Milano, e comunque dal Nord Italia. Oggi, sull’intero
territorio nazionale, saranno operativi circa 10/15.000 centri solarium
dichiarati, dove e' possibile servirsi di apparecchiature professionali.
Calcolando, in via ipotetica, una media di quattro clienti al giorno per
apparecchio a una media di 12.000 lire a seduta, il fenomeno abbronzatura
artificiale in Italia e' un fenomeno da 100/150 miliardi di lire di fatturato
annuo". Stime ipotetiche? Probabilmente, ma non siamo molto distanti dalla
realta' affermando che fra i 100.000 ed i 500.000 italiani praticano, anche
occasionalmente, l’abbronzatura artificiale. A quali costi? L’elenco servizi
proposti su volantino da uno dei tanti centri solarium romani e' indicativo.
Leggiamo: "Solarium. Trifacciale UVA con mani, alta pressione lire 13.000;
abbonamento 5+1, lire 65.000; Trifacciale UVA con mani, Megasol, lire 15.000;
abbonamento 5+1, lire 75.000; Lettino UVA alta pressione, lire 30.000;
abbonamento 5+1, lire 150.000". I tempi di una seduta variano dai 10 ai 20
minuti max. Piu' potente e' il macchinario - per l’alta pressione si parte dai
3000 watt in su - piu' si riduce il tempo di esposizione. E qui il discorso va
direttamente al problema dei filtri (vedi box ) nei cui riguardi non c’e'
identita' di vedute presso gli addetti ai lavori. C’e' chi sostiene che la
durata di un buon filtro, magari al cobalto, e' pressoche' eterna. Altri, come
Franca Sinopoli del centro Shape’n Sun di Roma, sostiene che "i filtri
dovrebbero essere certificati. I tedeschi dicono che dovrebbero essere
sostituiti dopo 500/1000 ore di funzionamento, pena un pericoloso degrado e la
riduzione dell’attivita' protettiva. Noi li cambiamo dopo 500 ore di
funzionamento". Per i dermatologi pero', il processo chiave che aiuta il
nostro corpo a proteggerci dalle radiazioni UV consiste nella produzione di
melanina. Un pigmento, distribuito in quantita' e strutture diverse nelle razze
di tutto il mondo, che, se esposto alla luce del sole, viene attivato allo scopo
di bloccare la penetrazione delle radiazioni nella cellula cutanea. "La
melanina" - ci avverte il professor Manfredi - "viene secreta in
eccesso dai melanociti, cellule appartenenti allo strato basale dell’epidermide,
i quali la trasferiscono poi all’interno dei corneociti, le cellule piu'
superficiali dell’epidermide, attraverso dei prolungamenti chiamati dendriti.
Per effetto dell’esposizione al sole, la melanina trasferitasi nei corneociti
si dispone ‘a cappuccio’ del nucleo cellulare, formando una sorta di ‘scudo’
protettivo che cerca di impedire alle radiazioni UV di penetrare Le radiazioni
UV provocano comunque danni al nucleo delle cellule dell’epidermide,
modificando il DNA in esse contenuto" - continua il dermatologo - "
madre natura fa si' che le cellule della nostra pelle si possano difendere,
attraverso particolari ‘sistemi enzimatici’ , in senso lato, i quali ‘ricostituiscono’
i segmenti di DNA danneggiati dalle radiazioni UV. Ma questa capacita' di
riparazione non e' pero' illimitata, gli ‘enzimi’ non sono inesauribili.
Oltre una certa soglia che varia da individuo a individuo, si puo' innescare la
carcinogenesi da radiazioni UV: il tumore alla pelle. E questo attraverso due
meccanismi: per immunosoppressione provocata da queste radiazioni sui linfociti
cutanei oppure per danno diretto al DNA della cellula, sulla base di un effetto
cumulativo, a lungo termine, da sovraesposizione a radiazioni UV". All’inizio
dell’inchiesta, avevamo posto un interrogativo: l’abbronzatura artificiale,
anche in piccole dosi e secondo precise regole di esposizione, fa male o fa bene
all'organismo, ed in particolare alla pelle? L’associazione luce solare/cancro
della pelle e' certa fin dal lontano 1894, scoperta dal tedesco Unna, e poi
ottenuta sperimentalmente da Findlay nel 1928. Piu' tardi, sono arrivate tante
riconferme da innumerevoli fonti, ed e' stato dimostrato sugli animali che, in
generale, la radiazione UV rilasciata in molteplici piccole dosi e' piu'
carcinogenica, per i tumori cutanei di tipo non melanoma, che la stessa
quantita' di radiazione data in poche massicce dosi (Forbes, Davies e
Urbach,
1978 - Natl. Cancer Inst. Monogr., 50: 31-38 ). In altre parole, significa che
molteplici piccole dosi di UVA assorbite tramite lettini abbronzanti non sono
necessariamente e solo per questo, piu' "sicure".
Cosa e come concludere? Forse, questa volta, hanno ragione gli americani quando
dicono, dalle cime del loro immenso pragmatismo, "in sostanza, visti i
rischi, l’uso dei lettini per abbronzatura artificiale ad uso cosmetico e'
troppo pericolosa per essere raccomandabile".
Cosa dice la scienza
Secondo i professori James Spencer della Universita' di Miami e Rex Amonette
dell’Universita' del Tennessee, Memphis, in uno studio pubblicato l’anno
scorso sul Journal of the American Academy of Dermatology, l’abbronzatura
artificiale ad alta intensita' ha solo conseguenze negative, sia
negli effetti a breve termine - arrossamento, disidratazione,
prurito e nausea - che negli effetti a lungo termine - rughe,
photoaging e tumori della pelle. L’idea, spesso sostenuta, di
una base protettiva di abbronzatura cosi' da affrontare in
condizioni ottimali il sole naturale, e' sviante. Un’abbronzatura naturale o
artificiale ha, nella migliore delle ipotesi, un potere di protezione
pari a un fattore 4, cioe' quasi niente. L’AAD statunitense raccomanda
che ciascuno usi
almeno una protezione pari ad un fattore 15, il quale cancella
approssimativamente il 94% della radiazione UVB. "In
realta', il nostro corpo provvede da solo a mettere in moto un
sistema di protezione contro le radiazioni UV" - sostiene il professor Giuliano Manfredi -
"Quel che noi percepiamo come abbronzatura e' la sintesi di un
processo di autodifesa dell’epidermide. In natura, considerando le UVC
bloccate dalla fascia d’ozono, noi riceviamo solo le radiazioni di
tipo A e B. Queste ultime penetrano nella pelle fino allo strato basale
dell’epidermide, mentre le prime, le UVA, giungono fino al derma
profondo, sotto l’epidermide". Per quanto riguarda la
carcinogenesi, le radiazioni UV inducono dunque alla formazione di
tumori anche in relazione al tipo di pelle. I tumori alla pelle sono
rarissimi, ad esempio, nelle popolazioni d’origine africana che pure
vivono all’Equatore sotto i raggi perpendicolari del sole. Al
contrario, gli Australiani, che vivono piu' o meno alle stesse
latitudini ma hanno una carnagione chiara tradendo la loro origine
anglo-sassone, sono, a quanto sembra, la popolazione che nel mondo
presenta la piu' alta incidenza di tumori alla pelle. Per tornare ai
nostri solarium, cio' non toglie che l’abbronzatura artificiale
comunemente intesa implichi, di solito, un bombardamento con radiazioni
UVA per 15, 20 o perfino 30 minuti: due o tre volte la quantita' di UVA
presenti nella luce solare naturale. Il prof. Amonette, presidente dell’American
Academy of Dermatology che conta oltre diecimila membri, spiega cosi' la
differenza tra il naturale invecchiamento della pelle e il photoaging,
che, insieme alla carcinogenesi e' uno dei danni a manifestazione
ritardata nel tempo provocati dalle radiazioni UV a livello cutaneo:
"Siamo soliti descrivere l’invecchiamento naturale della pelle
come un insieme di cambiamenti graduali che diventa visibile solamente
con il tempo" afferma Amonette "La pelle, quella che
mostriamo, usualmente protetta dalla luce solare e dalle altre sorgenti
di raggi UVA mantiene la maggior parte della sua elasticita' e un’apparenza
di salute. La pelle, invece, danneggiata dai raggi UV o photoaged
mostrera' molto prima e in modo piu' marcato delle rughe, in relazione
alla quantita' di radiazioni assorbite". Potrebbe sembrare un
banale, trascurabile effetto estetico ma non e' cosi'. E’ ben piu'
importante, poiche', compagna di viaggio del photoaging e', purtroppo,
la carcinogenesi, il tumore cutaneo. "Il fatto che le radiazioni
Ultraviolette giungano fino al derma e di li' possano provocare seri
danni" - continua il professor Manfredi - "e' perche' nel
derma ‘trovano’ il sistema vascolare. A questo livello, ripetute
sovraesposizioni di luce solare proveniente per via naturale o
artificiale sembrano provocare una diminuzione, una rottura dell’architettura
naturale del collagene sano prodotto dai fibroblasti e che sostiene le
fibre delle proteine oltre che i tessuti connettivi della pelle. Le
sorgenti di raggi UV, inoltre, danneggiano l’elasticita' delle fibre
nello strato del derma, fibre che consentono alla pelle di tornare ogni
volta alla sua primitiva elasticita'".
"Non c’e' alcun dubbio su questo tipo di danno" - conferma
il prof. Amonette - "E’ largamente sperimentato ed evidente in
molte delle nostre esperienze cliniche. La pelle photoaged contiene
viluppi di fibre danneggiate e un rimarchevole incremento di detriti
cellulari che assomiglia ad uno stato di infiammazione cronica".
Esistono moltissime ricerche sui risultati carcinogeni delle radiazioni
UVA sulla pelle, che ci riportano agli effetti primari documentati dai
medici nel corso di tutto il secolo.
BASSA
O ALTA PRESSIONE ?
Macchinari a bassa o alta pressione: e' una
distinzione tecnica che il consumatore farebbe bene ad imparare poiche'
segna l’evoluzione del solarium nel tempo. Non solo: gli insegna a
cosa va incontro e quali precauzioni prendere. All’inizio, intorno
alla meta' degli anni ’70, i macchinari a disposizione erano quasi
tutti a bassa pressione, cioe' lettini a tubi fluorescenti di circa 180
cm l’uno con una potenza di 100 watt a tubo, o di 20/40 watt per le
lampade viso. Per fare un esempio, la potenza totale di emissione di un
lettino a bassa pressione puo' variare dunque dai 2000 ai 5000 watt.
Altro discorso e' l’ormai trionfante abbronzatura artificiale ad alta
pressione, i cui risultati in termini di efficienza hanno sbaragliato l’obsoleta
bassa pressione. Almeno qui in Italia. In breve, si tratta di macchinari
a lampade alogene, di dimensioni ridotte ma la cui potenza e' assai
elevata - da 1000 a 4000 watt per lampadina - fino a raggiungere i
30.000/40.000 watt totali, con grande dispendio di energia. Dov’e' la
differenza, al di la' di queste "sottigliezze" tecnologiche?
La differenza c’e' ed e' fondamentale. A parte il fatto che l’alta
pressione e' stata da qualche tempo abbandonata nel resto d’Europa e
in Scandinavia, addirittura, non e' mai stata permessa per l’emissione
troppo elevata, "nei lettini a bassa pressione non si fa uso di
filtri schermanti poiche' gia' i tubi fluorescenti, contenendo fosfori,
‘trasformano’ le radiazioni nocive in radiazioni UVA" - precisa
ancora una volta Maurizio Lombardini - "In altre parole, i raggi
che escono dai tubi fluorescenti sono gia' UVA. L’alta pressione,
invece, emette tutti i tipi di Ultravioletti presenti nello spettro di
luce, compresi i cancerogeni UVC e gli eritematogeni UVB. In questi
macchinari, dunque, ormai molto diffusi, sono i filtri schermanti che
stabiliscono quali raggi UV passano e quali vengono trattenuti: di
norma, gli UVC vengono completamente tagliati e gli UVB in larga misura,
trattenuti". Per inciso, una delle ragioni che hanno segnato la
fine della bassa pressione "e' indubbiamente la bassa emissione di
UVA" - avverte Paolo Ferappi - "al punto che, per ottenere una
soddisfacente abbronzatura al corpo occorrevano non meno di 20
sedute". Troppo, decisamente troppo per la dinamica e stressata
generazione anni ‘80. I filtri - che all’apparenza sono assai simili
ai piu' comuni vetri di colore blu ma costano invece intorno alle
150.000 lire - sono percio' la "pietra angolare" che decide,
con il suo buon funzionamento, se un lettino o una lampada trifacciale
fa piu' o meno male, piu' o meno bene alla nostra pelle.
A
DIFESA DELL’ABBRONZATURA ARTIFICIALE
Gli Stati Uniti sono il paese delle lobbies.
Non poteva mancare quella che difende gli interessi dell’industria dei
lettini solari e delle palestre che offrono un’abbronzatura
artificiale in qualsiasi stagione dell’anno. Si chiama International
Smart Tan Network ed il suo capo, Joseph Levy, direttore della rivista
specializzata Tanning Trends Magazine, si batte contro quelle posizioni
che definisce ridicole e retoriche e secondo le quali si dovrebbe il piu' possibile evitare un’esposizione prolungata ai raggi del sole.
"L’elemento comune in centinaia di studi sui raggi UV porta ad
una sola conclusione: le bruciature solari fanno male. E’ la
sovraesposizione che danneggia la pelle. Al contrario un’abbronzatura
moderata non e' mai stata scientificamente
riconosciuta quale causa di danni cutanei permanenti. Inoltre,
ci sono parecchie evidenze che abbronzarsi lentamente e in
maniera intelligente puo' migliorare la qualita' della vita. Uno
studio condotto in un ampio numero di palestre mostra che le
scottature da lettino solare sono il 57% in meno di quelle che
si verificano in condizioni naturali. Questo si spiega con il
fatto che noi insegniamo ai nostri clienti come evitare le
bruciature. E tutti riconoscono come l’incidenza dei tumori alla pelle
sia minore tra coloro che "sanno" abbronzarsi. Non stiamo
suggerendo che le persone con la pelle molto chiara, ad esempio, debbano
abbronzarsi in modo artificiale: vogliamo solo affermare che il vero
problema sono le bruciature. Se non ci si deve abbronzare perche' si e'
a rischio, questo vale ancor di piu' con i nostri macchinari; ma se si
puo' e si vuole avere una pelle dorata, gli istruttori delle nostre
palestre vi insegneranno qual e' la maniera piu' intelligente per farlo.
Oltre tutto la ricerca dermatologica ha mostrato che ci sono diversi
effetti positivi associati ad una esposizione moderata ai raggi solari:
un rischio piu' basso di tumori al colon e alla mammella, un piu' basso
livello di colesterolo, una piu' efficiente produzione di vitamina D ed
altri benefici effetti a livello psicologico". Un contributo a
questa nuova, sebbene interessata, posizione di pensiero viene dal Dr.
Martin A. Weinstock, dermatologo della Veterans Affairs Medical Center
and Brown University di Providence, Rodhe Island, secondo il quale gli
individui che sono esposti quotidianamente al sole avrebbero un’incidenza
di melanoma significativamente piu' bassa di coloro che lavorano in
ufficio per tutta la settimana e si espongono violentemente al sole per
il solo fine settimana. Numerosi studi avrebbero dimostrato, infatti,
che un fattore di rischio importante per il melanoma nelle persone
estremamente sensibili ai raggi UV, e' proprio l’esposizione
intermittente ai raggi solari, a differenza di quello che succede per
coloro che resistono bene e per i quali, una facile abbronzatura
avrebbe, paradossalmente, un effetto protettivo. Ad onor del vero, e con
grande pena per Joseph Levy e la sua organizzazione, va aggiunto che il
dottor Weinstock riconosce che non tutti gli studi effettuati finora
concordano su quest’ipotesi e che il problema del rapporto tra
frequenza dell’esposizione al sole, tipologia di pelle e rischio per
il melanoma deve essere ancora risolto. Inoltre, egli enfatizza che, in
generale, i medici non dovrebbero diffondere il messaggio
"abbronzarsi fa bene", indipendentemente dai possibili
benefici per alcuni individui.
CONSIGLI
PER CHI SI ABBRONZA
Qualche consiglio da Franca Sinopoli, titolare
dei centri solarium Shape’n Sun, per assicurarsi un’abbronzatura
"pulita". "La prima cosa da fare e' dare un’immagine di
reale pulizia al centro. I macchinari, di solito a raffreddamento
automatico, producono polvere che deve essere prontamente spazzata via.
Non solo, deve essere pulita soprattutto l’attrezzatura fornita al
cliente, occhialini, lenzuola e asciugamani tutti rigorosamente
sterilizzati e monouso. Per quanto riguarda il lettino a bassa
pressione, sarebbe bene passare sulla superficie a contatto con il
soggetto, un prodotto antimicotico. Ed ora, alcune avvertenze per chi si
sottopone ad una seduta abbronzante: togliersi eventuali lenti a
contatto, non adoperare sostanze fotosensibilizzanti prima dell’uso,
pulire il viso da eventuali trucchi o make-up e soprattutto essere
puliti, poiche' qualunque impurita' sulla pelle se sottoposta alla
lampada abbronzante - che e' calore e dunque vasodilatatore - penetra
nei tessuti sottocutanei. Educare all’uso della lampada e'
fondamentale. Non usare farmaci, anticoncezionali o cortisonici durante
il periodo del trattamento poiche' potrebbero provocare l’emergere di
macchie cutanee. Ugualmente, non e' consigliabile il trattamento
abbronzante a chi soffre di cuore o di pressione".
Dopo tutte queste utili informazioni, in cambio, l’abbronzatura
artificiale almeno a qualcosa fa bene: fa bene all’acne.
DOMANDE
E RISPOSTE SULL’ABBRONZATURA ARTIFICIALE
E’ vero che le lampade solari sono la
stessa cosa della luce solare, anzi sono piu' sicure?
Le lampade per l’abbronzatura artificiale
differiscono significativamente dalla luce naturale. Questo perche' la
luce solare naturale ha lunghezze d’onda di UVA e UVB in proporzioni
simili. Invece, le lampade solari forniscono approssimativamente
lunghezze d’onda UVA al 95% e UVB solo in piccola quantita'.
E’ vero
che le lampade solari sono piu' sicure perche' fatte e
controllate dall’uomo?
La piccola quantita' di raggi UVB
emessi significa che certi tipi di pelle possono non riportare
ustioni. Tuttavia, qualsiasi tipo di abbronzatura causa danni
alla pelle e approssimativamente la meta' di tutta la
popolazione bianca, d’origine caucasica, non si abbronza correttamente e dunque
si brucia.
La pelle e' piu' sana e piu' protetta con un’abbronzatura?
Sebbene molta gente creda che sia cosi', i
dermatologi non sono d’accordo. Nel 1988, la Consensus Conference on
Photoaging and Photodamage, sponsorizzata dall’American Academy of
Dermatology ha concluso che un’abbronzatura salutare semplicemente non
esiste. L’abbronzatura e' la risposta della pelle ad un’overdose di
radiazioni UV ed e' il segno tangibile di un danno ormai prodotto.
Qual e' la differenza tra radiazioni UVA
e UVB?
Gli UVB, i raggi che ustionano, sono piu' forti
durante i mesi estivi. I loro effetti sono limitati, per la maggior
parte, allo strato piu' superficiale della pelle, l’epidermide. La
luce UVA e' presente in natura nella stessa quantita' durante tutto l’arco
dell’anno. Naturali o artificiali che essi siano, gli UVA penetrano
assai piu' profondamente nella pelle, danneggiando l’elastina e le
fibre di collagene presenti nel derma. Le persone che si abbronzano o si
ustionano regolarmente hanno la pelle che, se vista al microscopio,
assomiglia ad una pelle cronicamente infiammata.
Prima di una vacanza, non e' meglio avere
una base d’abbronzatura cosi' da non bruciarsi sulla spiaggia?
Trenta minuti di abbronzatura artificiale in un
lettino e' equivalente ad un giorno passato sulla spiaggia, e bombarda
la pelle con un’intensa dose di UVA pari a due-tre volte piu' forti
della luce solare naturale. Ripetute e frequenti esposizioni a
radiazioni UV causano il formarsi di rughe, macchie cutanee. Il danno al
DNA provocato dall’abbronzatura conduce a mutazioni cellulari che
possono dar luogo a tumori e cancri alla pelle.
Le creme
o le lozioni auto-abbronzanti sono il modo migliore per dare
alla pelle il colore che si vuole?
Questi prodotti, che non richiedono
alcuna esposizione a radiazioni UV per cambiare il colore della
pelle, sembrano essere sicuri per la maggior parte delle
persone. Esse funzionano macchiando la superficie della pelle e
richiedono una ripetuta applicazione ogni due-tre giorni, dal momento che il colore si
fissa non appena le cellule morte della pelle cadono via dalla
superficie. Piu' di 150 farmaci, cosi' come i profumi e certi frutti o
vegetali, possono rendere la pelle fotosensibile o arrecare serie
ustioni se chi ne fa uso si espone poi al sole. Tuttavia molti utenti
non si preoccupano di questi pericoli, anche se almeno uno di questi
incidenti e' stato documentato.
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