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articolo aggiornato il: Wednesday 07 December 2011

 

dott. Alberto Volponi esperto di programmazione sanitaria


Liberiamo i medici

del dott. Alberto Volponi esperto di programmazione sanitaria

 

Se un medico legge con attenzione il proprio contratto di lavoro si accorge che la propria liberta' di espressione e' inesistente. 
Pena il licenziamento in tronco. Nel Lazio arrivano tante PET mentre i prezzi dei farmaci crescono senza controllo: e' qui la festa?

Prima o poi un movimento di liberazione dei medici delle ASL dovra' pur nascere. 
Un movimento che emulando le gesta di Greenpeace e degli animalisti, ponga, all’attenzione dell’opinione pubblica, le condizioni di sudditanza completa dei medici delle Aziende sanitarie nei confronti degli onnipotenti Direttori Generali. Vi sembra eccessivo? 
Leggete cosa prevede il contratto individuale di un medico dipendente che: “...e' tenuto a mantenere il segreto e pertanto non puo' divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione e non puo' dare informazioni o comunicazioni relative a provvedimenti e circostanze delle quali sia venuto a conoscenza quando da cio' possa derivare pregiudizio per l’Azienda...“ e inoltre “...puo' fornire dichiarazioni ai mass-media in campo scientifico solo previa espressa autorizzazione dell’Azienda e sempre che esse non possano nuocere all’immagine dell’Azienda che si riserva in ogni caso la piu' ampia azione di rivalsa...”. Con l’avvertenza che “...il presente contratto si intende risolto per colpa, senza avviso, qualora risulti accettata la violazione... anche di uno solo degli obblighi previsti”. Conclusione: medici ridotti al silenzio, costretti a cercarsi, a tutti i costi, un ombrello politico, sperando di non sbagliare. Di fronte a cio' crediamo che insistere per la reversibilita' del rapporto esclusivo del medico con la sua Azienda come una grande battaglia di liberta' sia alla fine riduttivo, molto riduttivo.
Ci vuole ben altro per ridare liberta' e dignita' professionale ai medici.
Mi faccio una PET
In Italia si contano sulla punta delle dita di una mano le PET (Positron Emission Tomography).
Di queste complesse, costose e sofisticate apparecchiature, particolarmente utili nelle diagnosi tumorali, ve ne sono due a Milano e una a Napoli, (si proprio a Napoli!) e forse in qualche altra citta'. Nel Lazio nemmeno una.
Esattamente un anno fa, la Regione Lazio, annuncio' l’acquisto di quattro (!) PET. A distanza di un anno, il rilancio: quelle quattro PET, mai arrivate, diventano nove, con uno strano coinvolgimento di societa' private che gestirebbero queste apparecchiature.
Sembra che non ci si renda conto che non stiamo parlando di un qualsiasi apparecchio radiologico per un RX del torace, ne' si pone mente alle alte professionalita', non facilmente reperibili, necessarie per utilizzare al meglio una PET. Ci si dimentica, poi, di una legge fondamentale dell’economia che ci ricorda come sia essenziale un corretto ed equilibrato parallelismo, fra domanda e offerta, proprio per evitare che quest’ultima induca, oltre ogni limite, la prima, con una esplosione incontenibile dei costi e un probabile livellamento in basso della qualita' delle prestazioni. Considerando che non c’e' nessun presupposto statistico epidemiologico per attivare ben nove PET nel Lazio e tenendo conto che scelte di questo genere cozzano contro ogni logica di programmazione sanitaria ed economica ci viene da chiedere: “cui prodest”? Ma sentiamo gia' rispondere, con sussiego, “prodest”, a qualcuno “prodest”...
Farmaco, quanto ci costi!
Nel 2003 abbiamo speso per l’acquisto di farmaci 6,4 miliardi, 1,2 miliardi in piu' rispetto al 2002 che rappresenta un aumento del 17%. Ogni italiano, statisticamente, ma ricordatevi del pollo di Trilussa, ha speso 119,1 euro di tasca propria, quasi 240mila (vecchio conio), con punte di 173,3 euro in Liguria, e di 138,2 euro in Lombardia e 135,6 in Piemonte. Il peso maggiore, oltre la meta' e' costituito dai ticket, che sono diventati un buon cespite per l’esangue erario, quindi dall’acquisto dei farmaci in fascia C, ossia dei farmaci non rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale. La platea dei farmaci in fascia C tende, su scelte della Commissione Unica del Farmaco (CUF) ad allargarsi e uscendo dalla fascia dei farmaci rimborsabili, il prezzo diventa libero, quindi... in pratica quello che lo Stato sembra in qualche modo togliere alle industrie farmaceutiche, controllando il prezzo per i farmaci in fascia A, lo restituisce con interessi, pagati a questo punto dal cittadino, liberalizzando il prezzo di un sempre maggior numero di prodotti. Agli industriali del farmaco certi “trucchi” non li deve insegnare nessuno. Illuminante una lettera comparsa sul “Corriere della Sera” in cui un lettore scrive: “In sostituzione di un farmaco piu' blasonato uso quello generico. Sino a poco tempo fa la confezione da 30 compresse costava 5,50 euro. Ora il prezzo e' sceso a 4.50 euro, ma e' sceso pure il numero delle compresse. Il costo della singola pastiglia e' cosi' passato da 0,18 a 0,22 euro, con un aumento del 22 per cento”. Cosi' l’Aspirina costa in Italia, per unita' di dose 0,20 euro, in Spagna 0,15, in Francia 0,11, in Germania 0,10, la meta'. La Novalgina in Italia 0,27 euro e in Francia meno della meta': 0,13 euro. Il Canesten, una comune pomata antimicotica, in Italia 0,24, in Spagna appena 0,09 euro. E va a finire che anche questi aumenti sono colpa dell’euro!


 

 

 


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