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Il flusso è prevalentemente dalle Isole e dal Sud verso il Nord con una “stazione” di drenaggio di notevole importanza a Roma.
Non facilmente spiegabile alcuni dati quale quello della Lombardia che ospita, ogni anno, ben 195mila pazienti ed è certamente la Regione più richiesta, che tuttavia, perde, contemporaneamente ben 80mila pazienti.
Sarebbe veramente interessante conoscere le motivazioni di queste “fughe” che appaiono, nella loro dimensione, poco comprensibili in ragione dell’offerta assistenziale di una Regione leader come la Lombardia.
Del fenomeno della mobilità infra-regionale preoccupa, soprattutto, la tendenza ad accentuarsi e la famosa forbice, fra Regioni più povere a quelle più ricche, si allarga proprio in tema di tutela di un diritto fondamentale del cittadino quale quello alla salute.
È evidente che per riequilibrare i livelli di assistenza, soprattutto in senso
quali-quantitativo, su tutto il territorio nazionale, non soffermandoci all’adorazione dei “l.e.a.-Totem” sarebbe necessario un forte Ministero della Salute, con ampio potere e un vincolo solidaristico vero fra le Regioni.
Di questo non vi è traccia nella cosiddetta “devolution” votata recentemente da un ramo del Parlamento, anche se bisogna ammettere che danni ulteriori non ne farà non modificando, al di là degli squilli di tromba della maggioranza e le grida di dolore delle opposizioni, l’attuale assetto delle competenze regionali in materia di sanità. La “devolution”, infatti, così come è stata votata in prima lettura dalla Camera dei Deputati non ha nulla di miracolistico né di diabolico: è semplicemente, come abbiamo già scritto, un patchwork o se si vuole un pasticcio all’italiana, piatto ormai entrato a pieno titolo nella più alta tradizione culinaria del nostro Paese.
Su questo grande sforzo di ingegneria costituzionale aleggia lo spirito del Principe di Salina che sembra, ormai sempre più, ispirare i nostri legislatori: cambiare perché tutto resti come prima. |