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doloroso. L'evento coronarico, e' anch'esso, un evento fortemente significativo, che produce un cambiamento profondo nella psiche di un essere umano, al punto di desiderare di tornare indietro, ma sara' utile capire come, invece, andare avanti. Psiche e Cuore: l'intangibile e il tangibile! Il cuore, oltre ad essere il portavoce di tutta l'area cardiaca, da un punto di vista fisiologico, e' soprattutto il portavoce della psiche. L'interazione psiche e cuore/cuore e psiche avviene all'interno di un continuum, dove diventa difficile tracciare dei confini netti. Al punto di non poter dire dove inizia il cuore e dove finisce la psiche e viceversa. Naturalmente siamo qui per parlare di cio' che accade dopo un evento coronarico a livello psichico e mentre riflettevo sul post evento ho scoperto che l'anagramma di post e' stop! Sicuramente il post deve poter porre uno stop alla reiterazione di comportamenti che rivelano un atteggiamento mentale che ha predisposto o perlomeno ha scatenato l'evento. Molto si e' scritto su quei comportamenti di tipo A, riscontrabili in soggetti caratterizzati da
ostilita', rabbia o aggressivita' non espressa, che predispongono al sintomo
coronarico, ma questo riguarda il pre evento. Ritengo utile, invece, ora soffermarmi su quel segmento di vita che si interpone tra il pre e il post, quando si ha la fortuna di avere un post, che e' l'evento stesso. e' in questa interpunzione spazio-temporale che si gettano le basi del futuro. Per capire come sara' il post e' necessario saper leggere come l'evento e' vissuto dal paziente,
poiche', essendo esso fortemente significativo, produce necessariamente un cambiamento profondo nella psiche di un essere umano, che non puo' passare inosservato. Anche perche' l'evento, non arriva mai in un momento qualunque della propria vita, per quanto si appartenga al "tipo A" e quindi soggetto a rischio. Il fattore predisponente e' importante, ma il significato che assume la malattia e' fondamentale e va ricercato, se non si vuole che il post continui a essere un
pre. Il senso, che attribuisce valore ad un evento, come scriveva Carl Gustav
Jung, trova il suo locus nella psiche e di conseguenza solo la psiche e' capace di discernere il senso di cio' che viene sperimentato. Da cio' il contributo della psicologia nella riabilitazione post-evento che ritengo sia ravvisabile nell'offrire
un'opportunita' al paziente, per dare un senso all'evento stesso e, di conseguenza, per modificare l'orientamento del punto di vista in un nuovo percorso della propria esistenza. C'e',
pero', da evidenziare che il cardiopatico potrebbe essere abbastanza refrattario alla dimensione psichica, specialmente dopo un evento che ha coinvolto il cuore, in quanto la sua attenzione potrebbe riversarsi sull'ascolto, quasi ossessivo, del battito cardiaco, alla ricerca di anomalie preoccupanti. Naturalmente, la razionalita' dell'Io comprende l'importanza che non tutto torni come prima dell' evento cardiopatico, ma l'istanza psichica piu' profonda e meno cosciente, puo' indurre a ripristinare lo stesso approccio psicologico nel fare tutto quello che c'era prima, per rimuovere al piu' presto la paura, oltre che della morte, anche della vita, che, se non puo' tornare a essere cio' che era, genera uno stato d'animo ansioso-depressivo. Quando, infatti, lo status ansioso-depressivo prevale, si tende a cristallizzare l'utile o il vantaggio della malattia. L'utile della malattia indica qualsiasi soddisfazione diretta o indiretta che una persona puo' trarre dalla malattia, tale definizione viene usata in ambito psicologico, ma possiamo traslarla in ambito medico, anche perche' riguarda la reazione ad un evento
sintomatologico. Due aspetti si configurano all'interno dell'utile della malattia: l'utile primario che si manifesta insieme alla malattia e consiste nell'evidenziare un sintomo che permette la cura (e di conseguenza la scarica della tensione legata al malessere); l' utile secondario, che e' l'aspetto che ci interessa di
piu', compare successivamente, come vantaggio supplementare, con tendenza a manipolare le situazioni e le persone attraverso il sintomo. Una persona, per esempio, che nonostante le rassicurazioni dei medici, circa la possibilita' di riprendere le proprie attivita' quotidiane, continui a rimanere passiva e dipendente dai suoi familiari, adducendo sintomi non riscontrabili clinicamente, manifesta la tendenza a congelare lo status di malattia avendo sperimentato i vantaggi, che la fuga nella malattia consente. I familiari, inoltre, spesso si trovano a essere, inconsapevolmente, complici del mantenimento dello status di malattia, come se "la malattia" offrisse la possibilita' di controllarsi a vicenda e bloccare ogni possibilita' evolutiva dalla patologia e di conseguenza un reale cambiamento. In ogni caso, il "post" contribuisce ad amplificare situazioni pregresse di disagio rispetto a se stessi, ma anche rispetto al lavoro che si svolgeva, a situazioni familiari problematiche, come dire cio' che si lascia condiziona molto la ripresa, ed e' per questo che ribadisco sia necessario poter dare un senso all'evento
coronarico, per meglio focalizzare i nodi da sciogliere senza disperdere e rendere vano il sacrificio del cuore. Il dolore della perdita di una funzione naturale della regione cardiaca e' paragonabile a un lutto, che deprime l'umore e che puo' interferire con la ripresa della vita. Alla vena depressiva di fondo si puo' in modo intermittente inserirsi l'ansia dell'incognita del post evento, affiancata dalla paura della ricaduta! Dal mio punto di vista le ricadute potrebbero non esistere se il percorso della malattia fosse parallelo al cambiamento della percezione della propria vita, iniziando, (parafrasando Voltaire) a coltivare il proprio giardino, visto che i cardiopatici spesso coltivano quello degli altri, per il bisogno di predominio e di controllo. La strategia da seguire, per riprendere il cammino della vita, e' quella di accogliere l'evento come un segnale di malessere di una esistenza trascorsa senza essersi mai fermati a respirare nel rispetto del battito cardiaco e quindi ad ascoltare i segnali che dal profondo cercano di salire verso la superficie della coscienza. Il cuore e' testimone della matassa della vita che si srotola intorno ad esso, perche' e' il primo a nascere e l'ultimo a morire, e' il portavoce delle emozioni vissute, negate o soppresse e saperlo ascoltare riconduce a sentirsi al centro della propria vita e quindi consapevoli di esistere. Le parole chiave sono progettualita' e creativita' per aprire la porta della consapevolezza. Come fare per stimolare la progettualita' e la
creativita'? Proporrei l'attivazione, dove non ci fossero, all'interno dei luoghi di degenza o nei servizi annessi, di gruppi terapeutici e/o esperienziali aperti dove consentire ai pazienti, in un ricambio continuo, di condividere le proprie esperienze attraverso la parola, il colore, il suono e la materia. Lo scambio verbale verrebbe supportato dall'inserimento di attivita' finalizzate a trovare il ritmo armonico della vita oltre la disarmonia della perdita, in uno spazio e in un tempo adeguati ad accogliere l'intervallo che la sofferenza impone all'esistenza. Un laboratorio
cardio-psichico, quindi, per riattivare il cuore e i suoi derivati. Un suggerimento relativo alla costituzione di "gruppi
esperienziali" vorrei proporlo anche ai medici, che sono coinvolti quotidianamente con l'angoscia di morte degli "altri", per poter esorcizzare le paure evocate dalla necessita' di mantenere il battito. In conclusione vorrei sottolineare ancora una volta che il cuore e' l'unico organo di cui abbiamo percezione reale del suo funzionamento e nell'immaginario collettivo la presenza del battito o la sua assenza sono direttamente collegate alla vita o alla morte. La possibilita' di scandire attraverso il battito, la vita e la morte, puo' produrre un irrigidimento delle barriere difensive della psiche con la conseguente chiusura della porta del cambiamento, ma, oggi, abbiamo le chiavi per aprire questa porta.
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