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Tanti enzimi per tanti pruriti
La ricerca avanza lentamente nella conoscenza della neurofisiologia e dei
mediatori chimici coinvolti nel fastidio piu' diffuso al mondo
di Francisco Marquez
Il primo medico a interrogarsi sul prurito fu Ippocrate: sintomo o malattia
autonoma, a se stante? Dopo oltre duemila anni, si e' giunti alla conclusione
che il prurito, una delle condizioni piu' fastidiose riferibili a tante
patologie cutanee ma anche internistiche e neurologiche, sia un sintomo
soggettivo. Nonostante cio', va pero' riconosciuto che non si e' ancora
pervenuti a un suo esaustivo e completo inquadramento nosografico. Finanche la
sua definizione risente di una certa dose di genericita': ''sgradevole
sensazione che provoca il desiderio di grattarsi''. Poco o niente di piu' di
quello che gia' nel XVII veniva affermato da Haffenrefer che cosi' lo descriveva
''tristis sensatio, desideri scalpendi excitans''.
Molti si sono soffermati sull'analisi di queste semplici parole, e da piu'
parti si e' messo in evidenza che il riferimento al fastidio provocato dal
prurito puo' assumere diversi significati a seconda degli individui, e che non
tutti i pazienti che soffrono di prurito hanno sempre voglia di grattarsi.
Riguardo al significato del prurito, e' diverso quando la sensazione fastidiosa
assume un significato fisiologico positivo perche' tramite il conseguente
grattamento determina la rimozione dell'agente scatenante, potenzialmente
dannoso, mentre ha una connotazione del tutto patologica quando, per esempio, si
associa a malattie sistemiche, a disordini pschiatrici o all'uso di
particolari farmaci. Senza ignorare che, comunemente, si ricorre indistantamente
al termine prurito sia nel caso ci siano lesioni cutanee che lo giustificano
(escoriazioni, lichenificazioni, cheratosi), sia in loro assenza (sine materia).
In una situazione cosi' poco definita, vediamo quali sono le informazioni certe
che si riferiscono al prurito e quali i meccanismi biochimici, cellulari e
neuroanatomici comuni alle sue forme piu' note e piu' diffuse. Partiamo col dire
che l'esperienza di una sensazione di prurito puo' colpire tutti,
indipendentemente dall'eta' e dal sesso, ma puo' essere vissuta solo sulla
pelle e cio' a causa della particolare struttura neuroanatomica di questo
organo. L'intensita' puo' variare da forme lievi a forme molto gravi, con
disturbi del sonno, irritabilita' problemi per la normale vita quotidiana.
Riguardo la durata, puo' manifestarsi in forma acuta o anche cronica,
localizzata ad aree ben precise quali il cuoio capelluto, la zona ano-genitale,
gli arti, ecc. o generalizzata. Piu' studi indicano una stretta relazione fra
disturbi psichiatrici e prurito, sia come cause scatenanti che come conseguenze
dello stress che si viene a determinare nelle forme piu' prolungate e gravi. Nel
1936 Huet classifico' le cause del prurito in tre categorie, ancora valide: .
cause predisponenti, inclusi fattori genetici e allergici, oltre intossicazioni
endogene ed esogene. . fattori ambientali quali la temperatura, l'umidita', il
vento e le emozioni. . fattori fisici, chimici, infezioni, infestazioni e altro.
Sebbene manchi un modello animale, le conoscenze sul prurito sono molto
aumentate, in particolare a seguito di studi condotti per capire i meccanismi
del dolore, e oggi si sa molto di piu' sui possibili agenti scatenanti esogeni
(meccanici, elettrici, termici e chimici) e sulle patologie che possono
associarvisi (infiammazioni, ipersensibilita', forme degenerative, neoplasie,
psicosi, ecc.). Oggi sappiamo che molte malattie interne e neoplastiche possono
essere associate al prurito e che la pelle secca (asteatosi, xerosi, atopia) cosi'
come il ricorso a bagni eccessivi e troppo caldi possono indurre questo
sgradevole fastidio, specie nelle persone piu' anziane. In questi casi a
determinare il prurito sarebbero i mneccanismi neccanici o osmotici. Le basi
neurofisiologiche del prurito escludono recettori specifici, mentre i punti in
cui si manifesta sono rappresentati da terminazioni nervose libere
intra-epidermiche e da quelle prossime alla giunzione dermo-epidermica. L'impulso
si tramette in senso centripesica del giro centrale posteriore. Studi realizzati
con la tecnica della PET hanno dimostrato anche l'attivazione di un'area
pre-motoria e del lobo parietale inferiore, e connezioni sinaptiche all'area
motoria cerebrale che, probabilmente, portano al grattamento. Fino a qualche
tempo fa si pensava che il prurito fosse una forma di lieve dolore e che si
trasmettesse attraverso le stesse terminazioni nervose. A deporre per questa
teoria c'era la constatazione che sia una anestesia locale che il taglio del
nervo sensitivo dell'area pruriginosa abolivano entrambe le percezioni.
Successivamente e' stato chiarito che le modalita' differiscono e mentre il
prurito induce il grattamento, il dolore provoca una reazione di fuga. Inoltre:
la morfina rimuove il dolore ma puo' provocare prurito; il calore oltre i 41°
sopprime il prurito ma non il dolore; e infine, la rimozione dell'epidermide e
dello strato piu' superficiale del derma rimuove il prurito ma non il dolore.
Non esiste un unico mediatore chimico del prurito, e certamente l'istamina da
sola non e' in grado di spiegarne tutte le forme. e' pero' interessante sapere
che questa amina, presente all'interno dei numerosi granuli metacromatici
delle mastcellule, quando viene applicata nell'epidermide o alivello della
membrana basale determina prurito, mentre se viene rilasciata piu' in profondita'
nel derma, e' causa di dolore e angioedema. Alcuni esperimenti confermano che la
serotonina, scarsamente presente nella cute, se iniettata nel derma puo' indurre
prurito e dolore. Altri mediatori, da soli o in associazione, vengono
considerati potenziali fattori scatenanti prurito: proteinasi, prostaglandine,
neuropeptidi, citochine e sali biliari. Nei focolai infiammatori sono
generalmente presenti molte proteasi e endopeptidasi (papaina, tripsina,
chimotripsina, callicreina, plasmina) capaci di scatenare il prurito anche senza
la mediazione dell'istamina. Fra le prostaglandine la PGE2, un vasodilatatore
presente nell'ambito di lesioni in via di guarigione, di per se' non provoca
prurito, ma abbassa la soglia e potenzia il prurito causato dall'istamina.
Dopo l'esposizione solare, esso e' coinvolto nella formazione dell'eritema e
nel prurito e risponde parzialmente all'azione degli antiistaminici. La
Sostanza P, neuropeptide proinfiammatorio formato da 11 aminoacidi, prodotto nei
gangli dorsali e poi trasportato in periferia attraverso fibre nocicettive Ae C,
favorisce il rilascio dell'istamina dai granuli delle mastcellule e in tal
modo induce prurito, che puo' sperimentalmente essere inibito attraverso una
precedente somministrazione di antiistaminici per via orale. Nella cute la
Sostanza P puo' anche provocare eritema, edema e infiammazione neurogenica,
tramite il rilascio di istamina, IL-1, prostaglandine ed enzimi lisosomiali, ma
viene facilmente degradata e inattivata nel derma. Anche la Capsaicina, sostanza
contenuta nel peperoncino, applicata localmente abassa il livello
di Sostanza P contenuta nelle terminazioni nervose diminuendo il prurito. Fra le
citochine, l'interluchina 2 somministrata per bocca o endovena causa prurito.
Lo stesso si sa per gli acidi biliari, specie in corso di un ittero ostruttivo,
ma studi recenti hanno dimostrato che oltre queste sostanze anche molecole
oppioidi come le b-endorfine, le met-encefaline e le leu-encefaline, assumono un
importante ruolo scatenante nel prurito, agendo localmente e in maniera
sistemica. Qualche parola sull'ipotesi di Melzak e Wall: il grattamento
sarebbe un arco riflesso sinaptico soggetto al controllo della corteccia
cerebrale, che provocherebbe una inibizione del circuito del prurito a livello
spinale o centrale. Anche l'abbassamento della temperatura fino a 29,7° e
sostanze quali il mentolo riducono l'intensita' del prurito con un effetto
inibitorio centrale. In conclusione, non e' azzardato dire che il prurito
costituisce una delle sfide piu' impegnative per qualsiasi medico. Lo sanno bene
i dermatologi, ma alla frustrazione dell'insuccesso terapeutico non si
sottraggono internisti, pediatri, psichiatri e, molto spesso, i medici di base.
Frequentemente s'intraprendono percorsi diagnostici via via piu' complicati,
condotti quasi per esclusione, ma a questo procedimento lento e poco
gratificante e' quasi impossibile rinunciare. Perche', alla fine della storia, a
detta degli specialisti, solo una giusta diagnosi puo' permettere un accurato e
efficace trattamento.
SULLA CELLULITE AGGIUNGIAMO LA NOSTRA
Dopo l'articolo del dott. Varlaro sulla semantica della cellulite, pubblicato
nel n.1/2006 de La Pelle, il Prof. Ferdinando Ippolito e il dott. Aldo Di Carlo
dell'Istituto Osp. Dermosifilopatico S. Gallicano di Roma, hanno ritenuto
opportuno trasmetterci per conoscenza, a completamento dei dati bibliografici
accennati nel testo, il loro personale contributo, pubblicato insieme alla
dott.ssa Caterina Catricala' nel volume La Cellulite, a cura di A. Ribuffo e
C.A. Bartoletti, Ed. Salus, riguardo la stadiazione della cellulite studiata con
teletermografia, ripreso poi anche da diversi autori francesi. Nel loro lavoro
Diagnosi strumentale: termografia, venivano riportati i primi risultati di una
indagine che confermavano il caratteristico aspetto mouche'te'in rapporto alle
modificazioni circolatorie. Secondo gli AA, i soggetti normali in corrispondenza
delle cosce presentano aree isotermiche a bande longitudinali, con
decalagetermico graduale. Ai glutei il reperto termografico e' caratterizzato da
una diffusa ipotermia cinta da aree ipertermiche fisiologiche (solco
intergluteo, III superomediale della coscia, regione lombare) e con passaggio
termico graduale. Nei soggetti affetti da cellulite, invece, sono stati
osservati tre diversi quadri termografici: a piccole aree ipertermiche,
rotondeggianti, regolari e simmetriche in campo diffusamente ipotermico .a medie
aree ipertermiche con morfologia e topografia sovrapponibili al quadro a piccole
aree, tipici della giovane eta' .a larghe aree ipertermiche, irregolari,
asimettriche, con invaginazioni ipotermiche, piu' frequenti nella mezza eta'.
Per i ricercatori, i risultati comportano diverse considerazioni. La prima e' la
piena conferma del valore patognomico che rivestono le peculiarita'
termografiche segnalate da R.Ghys, J.Doumolin e C.Loriaux e, pertanto, della
validita' della termografia nella diagnosi della celllulite. Il dato
termografico delle aree ipertermiche viene inoltre a riflettersi sul problema
patogenetico della cellulite, portando ad avvalorare, per la loro genesi
eminentemente vascolare, l'ipotesi che il ''primus movens'' dell'affezione sia
rappresentato dalle alterazioni dei vasi. D'altra parte - scrivono Ippolito e Di
Carlo - tale ipotesi e' confortata dai riscontri istologici di Autori che hanno
posto in evidenza fatti di trombosclerosi e di ectasia dei vasi del derma e
dell'ipoderma, insieme a infiltrati linfomonocitari perivascolari e
periannessiali.
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