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Gabriel Garcia Marquez
Gabriel Garcia Marquez premio Nobel e uno degli scrittori piu' importanti
del Sud-America. Con “Cent’anni di solitudine” fece conoscere al mondo la
sua Colombia
di Danilo Panigali
Gabriel Garcia Marquez, Gabo lo chiamavano gli amici, nasce
il 6 marzo del 1927 ad Aracataca nella Colombia atlantica. e' il primo di sedici
figli. Suo padre e' un telegrafista, sua madre una chiaroveggente. Trascorre la
prima infanzia con i nonni: il vecchio colonnello Nicolas Ricardo Marquez Mejia,
e Tranquilina Iguaran Cotes, sempre vestita a lutto, confidente dei morti e
conoscitrice di mille storie magiche. Vive i suoi primi anni di vita in un
paesino depresso dopo il boom bananiero degli anni ’20. Alla morte di suo
nonno si trasferisce a Sucre. Si diploma nel 1946 e inizia a studiare legge a
Bogota'. Nella capitale scrive i suoi primi racconti, per dimostrare, dira'
successivamente, che anche la sua generazione era capace di produrre degli
scrittori. Abbandonati gli studi universitari in seguito alle agitazioni
politiche del ’48 in Colombia, viene assunto come giornalista e redattore dall’“El
Universa”. Nel 1951 ultima il suo primo libro: “Foglie Morte” che riesce a
far pubblicare solo 4 anni piu' tardi. Pubblica invece alcuni racconti sui
giornali tra cui: “Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo”. Per
tutto il 1956 lavora al romanzo “Nessuno scrive al colonnello” che vedra' la
luce nel 1961. Sposa nel 1958, a Barraquilla, Mercedes Barcha. Si trasferisce
dopo la rivoluzione a Cuba dove lavora per l’agenzia giornalistica fondata da
Fidel Castro “Prensa Latina”. Riveste il ruolo di inviato da Bogota' fino al
1960. Successivamente, sara' inviato da New York. Perso il posto si trasferisce
in Messico dove nascono i suoi due figli: Rodrigo e Gonzalo. Nel 1967 viene
pubblicato il suo capolavoro: “Cent’anni di solitudine”, che scrive in
diciotto mesi. Il romanzo si rivela un successo di pubblico e di critica. Oramai
famoso in patria e all’estero si trasferisce in Spagna dove pubblica due libri
di racconti: “La incredibile e triste storia della candida Erendira e della
sua nonna snaturata” (1972) e “Occhi di cane azzurro” (1974). Vince nel
1972 il prestigioso premio Romulo Gallegos e destina la somma che riceve a un
gruppo rivoluzionario venezuelano. Nel 1976 dichiara di abbandonare la
letteratura come protesta nei confronti del regime di Pinochet. Gira il mondo
come giornalista impegnandosi in favore dei popoli oppressi. Nel 1981 decide di
interrompere la sua singolare protesta e pubblica: “Cronaca di una morte
anunciata”. Nel 1982 viene insignito del premio Nobel per la letteratura. Nel
1985, anno della morte di suo padre, scrive “L’amore ai tempi del colera”.
Nei primi anni del nuovo secolo Marquez prende la decisione di ritirarsi dalla
vita pubblica per ragioni di salute. e' affetto infatti da cancro linfatico,
malattia che lo portera' alla morte.
Lo scrittore sudamericano, impegnato politicamente e convinto militante per la
causa dei popoli oppressi, ha sempre considerato la buona scrittura l’unica
vera felicita'. Dichiara infatti: “Credo che il dovere rivoluzionario dello
scrittore sia scrivere bene [...] Il romanzo ideale e' un romanzo assolutamente
libero, che inquieta per il suo potere di penetrazione nella realta'; e meglio
ancora se e' capace di rivoltare la realta' per mostrarne il rovescio”. Tutto
cio' lo realizza con il suo capolavoro: “Cent’anni di solitudine”. Questo
romanzo che sancisce la definitiva consacrazione della narrativa sudamericana
nel mondo diviene il manifesto di una ricerca condotta attraverso il continuo
sviluppo di uno stile sperimentale e quindi innovativo, la voluta paradossalita'
di un tempo che e' nello stesso modo ripetizione e divenire, ai fini di una
rappresentazione dalle forti tinte oniriche di una realta', quella delle piccole
province sudamericane, talmente reale da divenire sogno o incubo. Nell’affresco
del piccolo centro di Macondo che iperbolicamente diviene l’irrealta' nel
reale si riflettono tutti quegli aspetti del piccolo paese/mondo: le credenze
superstiziose, la paura della solitudine, il lento e ripetitivo fluire del
tempo, il ripetersi delle situazioni umane. Uno spaccato onirico di una societa'
che proprio in quegli anni appariva in fermento, la fotografia, sfocata o mossa
se si vuole, di una staticita' solo apparente. E che per questo diviene incubo
in quanto raffigurazione delle degenerazioni, o meglio usare il latinismo
de-generazioni, delle paure e delle sicurezze umane insieme. Del romanzo, Jorge
Luis Borges scrive: “Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni
scuola, di ogni stile e privo di antenati”. “Cent’anni di solitudine” e'
la tradizione di un intero continente e nello stesso tempo un’invenzione
fiabesca fatta di visioni/magie che risponde appieno alle esigenze di un popolo
che sente il bisogno di specchiarsi nella creativita' di un mezzo, quello
letterario, che sembra (almeno per la critica) non appartenergli. Tutte le opere
di Marquez precedenti questo capolavoro sono considerate una anticipazione dello
stesso, tutte le storie successive una continuazione.
Un’unica grande opera insomma che e' stata definita il libro della solitudine.
Perche' e' questo che diviene lo scrivere di Marquez: un dipinto bellissimo e
dalle tinte morbide della solitudine. Macondo e' un universo a parte, che non
conosce e non e' conosciuto dal resto del mondo. I personaggi che vi abitano
sono degli antieroi o comunissimi eroi che lottano contro la superstizione,
spesso maligna, che possiede tuttavia una purezza di fondo e che si contrappone
alla violenza e alla frenesia della “civilizzazione” moderna. Solitudine che
non puo' che divenire, nella vita di tutti i giorni, contrapposizione alla
solidarieta' e all’amore.
La falsa lettera
Se avessi un pezzo di vita... “Se per un istante Dio si dimentichera' che sono
una marionetta di stoffa, e mi regalera' un pezzo di vita, probabilmente non
direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che
significano. Dormirei poco, sognerei di piu', andrei quando gli altri si
fermano, starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri
parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato! Se Dio mi regalasse un
pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi sdraierei al sole lasciando scoperto
non solamente il mio corpo ma anche la mia anima. Dio mio, se io avessi un
cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al
sole. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di Benedetti
e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei
con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine e il carnoso
bacio dei loro petali. Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei
passare un solo giorno senza dire, alla gente che amo, che la amo. Convincerei
tutti, gli uomini e le donne, che sono i miei favoriti, e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini proverei quanto sbagliano a pensare che smettono di innamorarsi
quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi.
A un bambino darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo. Agli
anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la
dimenticanza. Tante cose ho imparato da voi, Uomini! Ho imparato che tutto il
mondo ama vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicita'
sta nel risalire la scarpata. Ho imparato che quando un neonato stringe con il
suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene stretto
per sempre. Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall’alto
al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose che ho
potuto imparare da voi, ma realmente, non mi serviranno a molto, perche' quando
mi metteranno dentro quella valigia, infelicemente staro' morendo”.
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