| Home | Pellebeauty | Cerca nel portale | Alimentazione | Allergie | Acne | Antiaging | Benessere | Chirurgia Plastica | Congressi | Cosmetici | Cute Multietnica
|Ginecologia | Igiene | Immunologia | Laser | Medicina Estetica | Odontoiatria Estetica | Pediatria | Psicosomatica | Ricerca | Sport |Societa' | Termalismo
| Tricologia | Virologia | Recensione Libri | Medicina Dolce | Sudorazione Eccessiva | Dermatologia | Ortopedia | Politica Sanitaria | Chirurgia Estetica | Trucco |
   

articolo aggiornato il: Wednesday 02 May 2012

 

 

Gabriel Garcia Marquez

Gabriel Garcia Marquez premio Nobel e uno degli scrittori piu' importanti  del Sud-America. Con “Cent’anni di solitudine” fece conoscere al mondo la sua Colombia

di Danilo Panigali

Gabriel Garcia Marquez, Gabo lo chiamavano gli amici, nasce il 6 marzo del 1927 ad Aracataca nella Colombia atlantica. e' il primo di sedici figli. Suo padre e' un telegrafista, sua madre una chiaroveggente. Trascorre la prima infanzia con i nonni: il vecchio colonnello Nicolas Ricardo Marquez Mejia, e Tranquilina Iguaran Cotes, sempre vestita a lutto, confidente dei morti e conoscitrice di mille storie magiche. Vive i suoi primi anni di vita in un paesino depresso dopo il boom bananiero degli anni ’20. Alla morte di suo nonno si trasferisce a Sucre. Si diploma nel 1946 e inizia a studiare legge a Bogota'. Nella capitale scrive i suoi primi racconti, per dimostrare, dira' successivamente, che anche la sua generazione era capace di produrre degli scrittori. Abbandonati gli studi universitari in seguito alle agitazioni politiche del ’48 in Colombia, viene assunto come giornalista e redattore dall’“El Universa”. Nel 1951 ultima il suo primo libro: “Foglie Morte” che riesce a far pubblicare solo 4 anni piu' tardi. Pubblica invece alcuni racconti sui giornali tra cui: “Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo”. Per tutto il 1956 lavora al romanzo “Nessuno scrive al colonnello” che vedra' la luce nel 1961. Sposa nel 1958, a Barraquilla, Mercedes Barcha. Si trasferisce dopo la rivoluzione a Cuba dove lavora per l’agenzia giornalistica fondata da Fidel Castro “Prensa Latina”. Riveste il ruolo di inviato da Bogota' fino al 1960. Successivamente, sara' inviato da New York. Perso il posto si trasferisce in Messico dove nascono i suoi due figli: Rodrigo e Gonzalo. Nel 1967 viene pubblicato il suo capolavoro: “Cent’anni di solitudine”, che scrive in diciotto mesi. Il romanzo si rivela un successo di pubblico e di critica. Oramai famoso in patria e all’estero si trasferisce in Spagna dove pubblica due libri di racconti: “La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata” (1972) e “Occhi di cane azzurro” (1974). Vince nel 1972 il prestigioso premio Romulo Gallegos e destina la somma che riceve a un gruppo rivoluzionario venezuelano. Nel 1976 dichiara di abbandonare la letteratura come protesta nei confronti del regime di Pinochet. Gira il mondo come giornalista impegnandosi in favore dei popoli oppressi. Nel 1981 decide di interrompere la sua singolare protesta e pubblica: “Cronaca di una morte anunciata”. Nel 1982 viene insignito del premio Nobel per la letteratura. Nel 1985, anno della morte di suo padre, scrive “L’amore ai tempi del colera”. Nei primi anni del nuovo secolo Marquez prende la decisione di ritirarsi dalla vita pubblica per ragioni di salute. e' affetto infatti da cancro linfatico, malattia che lo portera' alla morte. 
Lo scrittore sudamericano, impegnato politicamente e convinto militante per la causa dei popoli oppressi, ha sempre considerato la buona scrittura l’unica vera felicita'. Dichiara infatti: “Credo che il dovere rivoluzionario dello scrittore sia scrivere bene [...] Il romanzo ideale e' un romanzo assolutamente libero, che inquieta per il suo potere di penetrazione nella realta'; e meglio ancora se e' capace di rivoltare la realta' per mostrarne il rovescio”. Tutto cio' lo realizza con il suo capolavoro: “Cent’anni di solitudine”. Questo romanzo che sancisce la definitiva consacrazione della narrativa sudamericana nel mondo diviene il manifesto di una ricerca condotta attraverso il continuo sviluppo di uno stile sperimentale e quindi innovativo, la voluta paradossalita' di un tempo che e' nello stesso modo ripetizione e divenire, ai fini di una rappresentazione dalle forti tinte oniriche di una realta', quella delle piccole province sudamericane, talmente reale da divenire sogno o incubo. Nell’affresco del piccolo centro di Macondo che iperbolicamente diviene l’irrealta' nel reale si riflettono tutti quegli aspetti del piccolo paese/mondo: le credenze superstiziose, la paura della solitudine, il lento e ripetitivo fluire del tempo, il ripetersi delle situazioni umane. Uno spaccato onirico di una societa' che proprio in quegli anni appariva in fermento, la fotografia, sfocata o mossa se si vuole, di una staticita' solo apparente. E che per questo diviene incubo in quanto raffigurazione delle degenerazioni, o meglio usare il latinismo de-generazioni, delle paure e delle sicurezze umane insieme. Del romanzo, Jorge Luis Borges scrive: “Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati”. “Cent’anni di solitudine” e' la tradizione di un intero continente e nello stesso tempo un’invenzione fiabesca fatta di visioni/magie che risponde appieno alle esigenze di un popolo che sente il bisogno di specchiarsi nella creativita' di un mezzo, quello letterario, che sembra (almeno per la critica) non appartenergli. Tutte le opere di Marquez precedenti questo capolavoro sono considerate una anticipazione dello stesso, tutte le storie successive una continuazione. 
Un’unica grande opera insomma che e' stata definita il libro della solitudine. Perche' e' questo che diviene lo scrivere di Marquez: un dipinto bellissimo e dalle tinte morbide della solitudine. Macondo e' un universo a parte, che non conosce e non e' conosciuto dal resto del mondo. I personaggi che vi abitano sono degli antieroi o comunissimi eroi che lottano contro la superstizione, spesso maligna, che possiede tuttavia una purezza di fondo e che si contrappone alla violenza e alla frenesia della “civilizzazione” moderna. Solitudine che non puo' che divenire, nella vita di tutti i giorni, contrapposizione alla solidarieta' e all’amore. 

La falsa lettera


Se avessi un pezzo di vita... “Se per un istante Dio si dimentichera' che sono una marionetta di stoffa, e mi regalera' un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di piu', andrei quando gli altri si fermano, starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato! Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo ma anche la mia anima. Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine e il carnoso bacio dei loro petali. Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo giorno senza dire, alla gente che amo, che la amo. Convincerei tutti, gli uomini e le donne, che sono i miei favoriti, e vivrei innamorato dell’amore. Agli uomini proverei quanto sbagliano a pensare che smettono di innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi. A un bambino darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo. Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la dimenticanza. Tante cose ho imparato da voi, Uomini! Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicita' sta nel risalire la scarpata. Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene stretto per sempre. Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall’alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma realmente, non mi serviranno a molto, perche' quando mi metteranno dentro quella valigia, infelicemente staro' morendo”.



 

 

 


|Home| |Torna indietro| |richiedi l'articolo| |chiedi al medico|
www.lapelle.it
Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la duplicazione degli articoli anche parziale 
senza espressa autorizzazione dell'editore