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Bello e brutto non si oppongono
Le categorie di bellezza e bruttezza risentono di un relativismo culturale e storico ma oggi
e' sempre piu' difficile dire che l'una e' l'opposto dell'altra. Anzi, e' proprio fuori dei classici canoni
dell'armonia e della natura chesi cercano nuovi modelli estetici
di Riccardo Gatto
Vivere in una comunita' vuol dire accettarne i criteri di giudizio. L'adattarsi a usi e costumi che fossero condivisi e riconosciuti dalla molteplicita' dei suoi membri ha significato per
l'uomo attenersi a un percorso che, per ragioni pratiche rappresentate dalla necessita' di relazionarsi agli altri, lo ha condotto verso una societa' regolata da canoni prestabiliti. I punti di vista e le opinioni della collettivita' hanno finito per assumere un peso sempre maggiore nelle consuetudini condizionando marcatamente
l'ideologia comune. All'interno di una tale riflessione va collocato un discorso su quella che sembra essere
l'ombra di una societa' moderna occidentale, tutta improntata sull'apparenza, la bellezza. Sembra infatti che negli ultimi anni si sia persa la profonda accezione del termine bellezza e discuterne il vero significato
e' compito arduo e complesso in quanto presuppone non solo nozioni storiche e geografiche ma anche conoscenze sociologiche e culturali. In altre parole discutere di bellezza e bruttezza equivale a entrare a far parte del processo di trasformazione culturale che ha interessato la specie umana dalle origini fino a oggi. Non
e' piu' infatti sufficiente ormai prendere come modello di bellezza l'ideale classico o quello teorizzato da Winckelmann e affermare che in una certa cultura
s'intende come bella una cosa che esibisca, per esempio, proporzione e armonia, perche' in realta' sono stati questi stessi termini ad aver mutato il loro significato nel corso della storia. Sostenere dunque che la bellezza sia
l'espressione di una certa armonia intrinseca oppure estrinseca alla natura, potrebbe condurci a commettere un grave errore. Bellezza, in
verita',
e' tutto cio' che suscita in noi sensazioni piacevoli nello stesso istante in cui ne facciamo esperienza; tali sensazioni, sviluppandosi spontaneamente, tendono a collegarsi a emozioni positive, in seguito a un paragone effettuato consciamente o inconsciamente con un canone di riferimento interiore. Interiore? Si, ma che presuppone un insieme di criteri di giudizio esteriori, o meglio non controllati direttamente dalla nostra volonta' individuale ma da una cornice che ha come sfondo la consuetudine sociale. In altre parole il canone di bellezza
e' un ideale individuale ma che allo stesso tempo e' condiviso e riconosciuto
dall'intera societa', e strettamente legato all'epoca e alla situazione economica di un popolo. Insomma i concetti di bello e brutto non sono caratterizzati da pura astrazione ma da un preciso relativismo rispetto ai vari periodi storici e alle varie culture. A testimonianza di tutto cio' si colloca
l'importanza della rappresentazione artistica, che ha visto trasformare il canone di bellezza da quello delle
''Tre Grazie'' del Canova a quello de ''Les demoiselles d'Avignon'' di Pablo
Picasso. Molto interessante appare a tale proposito il percorso curato da Umberto Eco nel suo libro
''Storia della bruttezza'', che si avvale della storia dell'arte e della storia
dell'estetica per ripercorrere lo sviluppo di un'intera cultura dal punto di vista iconografico e
letterario-filosofico. Interessante, perche' si propone di ricercare la bellezza, con la b minuscola, nella bruttezza, fino a trascinarci di fronte alla teorizzazione
dell'iconografia moderna caratterizzata da incoerenza, incompletezza, disgusto e repulsione. In generale bellezza e bruttezza appaiono concetti opposti
l'un l'altro, tanto che basterebbe definire la prima per sapere quale sia il significato
dell'altra. In realta' le manifestazioni del brutto nei secoli sono molto piu' comuni di quanto oggigiorno si possa pensare; a epoche di perfezione classica sono corrisposte epoche di
deformita', di decadenza, epoche in cui
l'orrendo, il repellente, l'indecente, il ripugnante e l'abominevole hanno fatto della cultura artistica una colonna portante. Riassumendo: cio' che
e' bello e' senz'altro ''non-brutto'', ma chi puo' darci la certezza che tutto cio' che
e' brutto sia ''non-bello''? Ovvero che possa lo stesso piacere a qualcuno? Nel XVIII secolo il filosofo scozzese David Hume scrisse che la bellezza delle cose esiste soltanto nella mente che le contempla; e soltanto un secolo piu' tardi Nietzsche nel suo
''Crepuscolo degli Idoli'' scrisse: ‹‹Nel bello l'uomo pone se' stesso come misura della perfezione; [...]
l'uomo in fondo si rispecchia nelle cose, considera bello tutto cio' che gli rimanda la sua immagine››. Dunque, gia' a partire dal Settecento e accingendoci a entrare nel capitolo
dell'epoca moderna ci accorgiamo di come sia Hume che Nietzsche abbiano aperto la strada alla concezione relativistica della bellezza, sovvertendo cosi' la filosofia di Platone e sottolineando il fatto che nella realta' non vi siano un bello e un brutto in
se'. Ma non furono i soli. Tra gli altri ricordiamo Voltaire, che nel suo
''Dizionario filosofico'' scrisse: ‹‹Chiedete a un rospo che cos'e' la bellezza; […] vi rispondera' che consiste nella sua femmina coi suoi begli occhini rotondi che sporgono dalla piccola testa››; ed Hegel che
nell' ''Estetica'' defini' la bellezza come una sensazione soggettiva incapace di risponde ad alcuna regola fissa. Secondo alcuni questo significa che nel mondo post-moderno si
e' dissolta qualsiasi opposizione tra bello e brutto facendone dimenticare ormai i loro caratteri distintivi. E la celebre espressione
''il bello e' brutto e il brutto e' bello'' delle streghe macbethiane sembra colorarsi di grande
attualita'. Ma in realta' cio' che colpisce sempre piu' la nostra attenzione non
e' tanto la frequente incomprensione dei veri significati di bellezza e bruttezza, quanto il vero e proprio allontanamento dal concetto di Bellezza con la b maiuscola, intesa come forza istintiva individuale, soggettivita' interiore ed esteriore indipendente dai canoni di giudizio costruiti dalla
societa'. Sorge quasi spontaneo chiedersi se sia giusto dopotutto parlare di Bellezza, con la b maiuscola, oppure di tante bellezze con la b minuscola di quante sono le persone in vita sul nostro pianeta. ‹‹Fin dalle origini della nostra civilta' - scrive Stefano Zecchi professore ordinario di Estetica presso
l'Universita' degli Studi di Milano - l'energia creativa della bellezza e' stata il motore
dell'esistenza umana, ha suscitato desideri e passioni, sollecitato azioni e pensieri››. Eppure al giorno
d'oggi perfino la bellezza e' stata trasformata per fini commerciali in concetto
''vuoto'' legato all'effimero, all'esteriorita', alle ultime tendenze della moda e privato di ogni fondamento etico e di
verita'.
L'unica certezza che ci resta e' ormai quella di auguraci la realizzazione di un progetto futuro che colga ancora nella bellezza
''l'eterno nella finitezza della vita'' e la ''spiritualita' come essenza vera nella materialita' della
forma'', laddove Bellezza corrisponde a Bruttezza che significa unicita' e particolarita' del singolo.
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