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IL BIOTERRORISMO USA LA POSTA
di Roberto D'Onorio |
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E' da settimane che i giornali lanciano l'allarme sui
pericoli legati al bioterrorismo. Un argomento di interesse immediato e
diretto per la salute pubblica e di riflesso per i medici. Perche' le
armi chimiche e biologiche, sono strumenti di distruzione di massa
facili da produrre, comodi da trasportare e meno costosi degli ordigni
nucleari
Kabul e' caduta e la guerra sembra avviarsi verso la fine. Eppure
quotidianamente dai giornali apprendiamo di alcuni casi sporadici di
diagnosi di carbonchio in diverse parti del mondo: dal Kenia al Cile,
dall'Argentina al Pakistan. L'effetto del bioterrorismo sulla
popolazione civile va ben oltre quello puramente materiale e sanitario
perche' con il crescere del numero dei casi si crea psicosi, paura,
paralisi emotiva. Perche' il pericolo non arriva solo per posta e non
viene solo dall'aria. Il pensiero che agita il sonno e le giornate dei
paesi occidentali e' che anche l'acqua e il cibo possano prima o poi
essere infettati e contaminati. Da quando negli Stati Uniti si sono
registrate le prime morti certe per infezione da antrace, i
presentimenti e le ansie si sono materializzati e si e' aperto un
dibattito se nel passato sia stato fatto tutto il possibile per
prevenire questa situazione e per sconfiggere il ricorso a virus e
batteri come armi letali. La minaccia, che oggi sembra drammaticamente
concretizzarsi, era infatti da anni una eventualita' che gli esperti
consideravano potenzialmente possibile. |
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Nel marzo del 1999 la prestigiosa rivista Archives of
Dermatology aveva dedicato ben 12 pagine all'analisi delle
manifestazioni cutanee di una guerra biologica e proprio a febbraio di
quest'anno, in un convegno tenutosi a S. Francisco in tema di
bioterrorismo e guerra batteriologica, la dottoressa Margaret Hamburg,
denunciava che agenti chimici e virali letali come il botulino,
l'antrace e la peste bubbonica potevano essere acquistati illegalmente
su Internet da potenziali terroristi che avrebbero potuto considerarle
armi piu' "appetibili" rispetto a quelle convenzionali, piu' a
buon mercato, facilmente reperibili e occultabili. E il colonnello
Edward Eitzen, capo dell'Istituto di ricerche mediche sulle malattie
infettive dell'esercito americano, ammetteva: "uno degli agenti
tossici che maggiormente temiamo e' il gruppo di tossine del botulino
che potrebbe essere adoperato come arma da agenti-bioterroristi, ma
molto pericoloso e' anche l'antrace.
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Se qualcuno liberasse nell'atmosfera il batterio
dell'antrace vicino a una citta' di 500mila abitanti, potrebbe causare
la morte di oltre 90mila persone entro una settimana". Ipotesi che
sembravano molto improbabili anche se qualche tempo prima in Gran
Bretagna sei presunti terroristi islamici erano stati arrestati mentre
stavano preparando una strage nella metropolitana di Londra con un
assalto a base di Sarin, il letale gas tossico gia' sperimentato anni fa
a Tokio dalla "setta della suprema verita' ",
un'organizzazione di fanatici religiosi. A San Francisco, fra i piu'
pessimisti era stato il genetista Matthew Meselson, professore alla
universita' di Harvard, che anticipando di mesi il nuovo approccio
giuridico al bioterrorismo affermava che l'aumento del rischio di un
attentato con 'bio-armi' sollecitava la ricerca di nuovi strumenti
legislativi internazionali, per trascinare comunque i sospetti
terroristi davanti a una corte di giustizia. Un complesso di norme
internazionali capace di punire quei crimini che costituiscono una
minaccia collettiva, a esempio i dirottamenti aerei o la tortura,
esercitando la propria giurisdizione su un individuo accusato di un
reato, a prescindere se il sospetto e' un cittadino di quella nazione o
meno, e indifferentemente se il reato sia stato effettivamente commesso
o soltanto progettato. Una sorta di trattato internazionale per quanto
riguarda i reati di creazione e/o utilizzo di nuove armi biologiche.
Posizioni estreme? Non proprio se si considera che la stessa proposta e'
stata avanzata due mesi dopo a Venezia, da altri esperti di
bioterrorismo nel corso della terza conferenza europea di medicina del
viaggio. Allora, di fronte alla sola ipotesi di impiego terroristico di
virus e batteri killer, come l'antrace, anche Graham Pearson, docente di
sicurezza internazional dell'Universita' di Bradford, auspicava che le
nazioni fossero pronte a combattere inasprendo la legislazione contro il
bioterrorismo e formando la popolazione sui rischi e sui comportamenti
piu' corretti in caso di attacco. "Occorre ricordare - concludeva
Pearson - che il terrorismo biologico rappresenta un grande pericolo per
il nostro mondo".
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Prima ancora degli attentati dell'11 di settembre, quindi,
per il 53% degli americani il rischio di attacchi con armi chimiche o
batteriologiche era gia' possibile. Si temevano bioattentati per la
notte del 2000 e le autorita' sanitarie americane condussero un test che
simulava la diffusione di un aerosol di batteri (Yersinia pestis) della
peste nera. In pochi giorni, si contarono 4mila infettati e 2mila morti.
Gli ospedali sarebbero stati insufficienti e le medicine sarebbero in
breve finite. Durante un'altra esercitazione in Oklahoma, a giugno
scorso, si era ipotizzata una epidemia di vaiolo: nel giro di 12 giorni
si contarono centinaia di migliaia di vittime in tutti gli Stati
Uniti.
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Su 200 ospedali solo il 20% aveva un piano
anti-bioterrorismo e meno della meta' un'area di decontaminazione con
docce. Uno scenario apocalittico. Oggi qualcuno ricorda come nel 1984,
una setta religiosa inquino' con la salmonella i ristoranti di un
villaggio dell'Oregon per boicottare le elezioni, oltre 700 i
ricoverati, ma soprattutto pesano i casi di febbre del Nilo verificatisi
a New York nel luglio del 1999. Contemporaneamente a un'insolita moria
di uccelli (colombi, corvi, passeri) che cadevano a terra morti, senza
causa apparente, vecchi, bambini e altri pazienti con il sistema
immunitario indebolito, cominciarono ad ammalarsi e a morire per una
encefalite diffusa dalle zanzare e sconosciuta nei paesi occidentali.
Una malattia, rara, esotica di cui parlo' pero' un disertore iracheno
molto vicino a Saddam Hussein, avvertendo che il dittatore aveva
lanciato un programma di guerra batteriologica usando come arma proprio
la febbre del Nilo. Le indagini allora esclusero l'opera dei
bioterroristi ma oggi i dubbi sull'operato della CIA tornano
prepotentemente alla ribalta sui giornali americani. Chi sa manipolare
il bioterrorismo? Questa e' la domanda piu' attuale. Gli esperti che
possono essere coinvolti provengono da tre paesi: il Sud Africa, l'Iraq
e la vecchia Unione Sovietica. Un biologo russo, ora negli Usa, spiega
che i germi studiati per scopi militari erano almeno una trentina. Per
molti di loro c'e' la possibilita' di ricorrere a un vaccino, ma e' impensabile una immunizzazione di massa della popolazione. Inoltre i
sovietici selezionavano ceppi resistenti agli antibiotici e manipolavano
geneticamente dei virus per renderli piu' aggressivi. Piu' facile pero'
ricorrere al batterio dell'antrace che puo' essere coltivato in
laboratorio e lasciato libero di produrre endospore che possono essere
essiccate e conservate. La germinazione non richiede particolari
attivazioni e avviene in genere in brevissimo tempo.
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Quale potrebbe essere l'obiettivo di un attacco
batteriologico di massa? Con un aereosol in cui sono disperse le spore
si possono infettare citta', aeroporti, ospedali, stadi e sistemi di
trasporto come la metropolitana. Meno efficace disperdere i batteri
negli acquedotti perche' il cloro dell'acqua farebbe diminuire molto l'infettivita' dell'agente utilizzato. Praticamente tutte le malattie
che possono essere utilizzate dai terroristi sono comuni a uomini e
animali, o diffuse da animali nel loro ciclo. Perche' non si e' pensato
prima a preparare le dosi sufficienti per proteggere la popolazione
civile da possibili attacchi? Il vaccino anti-antrace cui attualmente
sono sottoposti i militari americani presenta diversi effetti
collaterali.
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Per il vaiolo, che da parecchi anni era
stato considerato
sconfitto, l'impegno economico necessario per prepararsi a una
vaccinazione di tutta la popolazione sopra i 35 anni e' molto oneroso e
c'e' il rischio di una possibile ricomparsa spontanea del virus. Un
altro quesito riguarda il ruolo che dovrebbero svolgere i veterinari,
che sono spesso i primi a identificare le malattie, perche' gli animali
sono lo strumento dell'infezione, ma anche le sentinelle che possono
metterci in allarme. Ma ci si chiede: chi si preoccupa dei ratti e dei
volatili che vivono nelle nostre citta'? Il problema principale appare
evidente: a differenza dei bombardamenti, gli attacchi con le armi
biologiche sono silenziosi e l'epidemie possono essere subdole, e
riscontrabili solo dopo un elevato numero di casi o di sintomi insoliti.
Ed e' ormai assodato che in caso di attacco batteriologico, il primo
problema e' quello di riconoscere il tipo di virus utilizzato perche'
questo potrebbe far risparmiare massicce perdite di vite umane in caso
di epidemia, naturale o indotta dall'uomo. Percio' appare preoccupante
la dichiarazione apparsa sui giornali romani del Direttore sanitario del
Policlinico Umberto I di Roma che denunciava come a fronte di 10 primari
in malattie Infettive nel suo Ospedale non si sarebbe stato in grado di
identificare prontamente un bacillo del carbonchio. A chi legge viene
subito in mente la domanda: e se capitasse anche a noi saremmo veramente
pronti?
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