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articolo aggiornato il: Wednesday 02 May 2012

 

 

Serendipita': il caso e l’intuito

Circostanze fortuite, portarono Fleming alla scoperta del lisozima e della penicillina, aprendo la strada alla moderna terapia antibiotica 

della dr.ssa Gabriella La Rovere

Quanto valgono il caso e la fortuna nella scoperta di un nuovo farmaco? Difficile dare una risposta oggi che i laboratori di ricerca sono diventati il regno delle tecnologie e dell’informatica, in cui il fattore umano sembra essere quasi secondario rispetto al ruolo delle macchine e dei computer. Eppure molti scommettono ancora su una dote che solo il genere umano possiede e che si chiama serendipita', ovvero la capacita' di giungere a scoperte utili partendo da piccoli incidenti o casualita'. E a riprova portano la storia di un farmaco e di un uomo che hanno cambiato la storia dell’umanita': la penicillina e Alexander Fleming, Premio Nobel per la Medicina nel 1945, di cui quest’anno si ricorda la morte, avvenuta nel 1955. Fu lo stesso Fleming che raccontando la propria scoperta scrisse: “La storia della penicillina ha qualcosa di romanzesco e aiuta a illustrare il peso della sorte, della fortuna, del fato o del destino, come lo si vuole chiamare, nella carriera di ogni persona”. Alexander Fleming era nato il 6 agosto 1881 a Lochfield in Scozia. 
Terzo di quattro figli, si racconta che fu un bambino molto vivace, particolarmente interessato ai fenomeni della natura. Suo padre mori' quando aveva sette anni, ponendo la famiglia in notevole disagio economico. L’enorme distanza che separava la sua casa dalla scuola rese ancor piu' difficile la sua frequenza scolastica. Ottenuto il diploma di scuola superiore, spinto da necessita' economiche, lavoro' per breve periodo come impiegato in una compagnia di navigazione e, con i soldi ricavati, riusci' ad iscriversi all’Universita' dove dimostro' immediatamente le sue capacita', superando agevolmente tutti gli esami e ottenendo il London University Degree con medaglia d’oro. Divenne allievo di Sir Almroth Wright, microbiologo, uno dei maggiori esperti di immunologia di quel tempo. Sotto la sua guida, Fleming capi' l’importanza della risposta dell’organismo all’infezione. 
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la necessita' di incrementare gli studi in campo immunologico e batteriologico divenne preponderante per la necessita' di curare le infezioni diffuse tra soldati e civili. Racconta la sua biografia che nell’inverno del 1922, Fleming aveva un forte raffreddore che durava da parecchi giorni: decise allora di prelevare un campione delle proprie secrezioni nasali e di incubarli su piastre per la coltura batterica. Il giorno dopo, mentre stava analizzando le colonie dei batteri cresciuti, una sua lacrima cadde inavvertitamente sulla piastra di coltura. Successivamente, riprendendo in esame la medesima coltura, si accorse che i batteri erano cresciuti ovunque, tranne che in un’area tondeggiante e chiara, corrispondente al punto dove era caduta la lacrima. Fleming chiamo' la sostanza contenuta nella lacrima che aveva mostrato l’azione antibiotica naturale, lisozima, a causa della sua capacita' di lisare, cioe' di distruggere per lisi, i batteri. Purtroppo, pero', il lisozima presenta solo una blanda attivita' antimicrobica e non e' in grado di uccidere i microrganismi patogeni piu' aggressivi e per questo venne quasi subito accantonato. Il punto di svolta nell’avvincente storia dell’antibioticoterapia si ebbe sei anni dopo, nel 1928, quando Fleming, ormai divenuto titolare della cattedra di batteriologia, stava svolgendo ricerche sull’influenza e dimentico' di distruggere alcune colture di Staphilococcus aureus. 
Tutti sanno che tre giorni dopo vi trovo' una copertura di una muffa che aveva annientato tutti i batteri circostanti. Forse, se si fosse trattato di un altro scienziato piu' distratto, la cosa sarebbe passata inosservata, ma Fleming aveva il dono della serendipita'. Anni dopo ricordava: “Se non fosse stato per la mia precedente esperienza, avrei subito buttato via la piastra perche' contaminata, come molti batteriologi devono aver fatto prima di me trovando in una coltura gli stessi cambiamenti che ho osservato io. Invece, io feci invece alcuni esperimenti...”. E giunse alla convinzione che la muffa avesse prodotto una sostanza letale per i batteri, che chiamo' penicillina, da penicillum che significa “muffa a forma di pennello”. Ne descrisse la stabilita' a pH neutro ed acido, l’attivita' selettiva sui Gram positivi e su alcuni Gram negativi ed inizio' a studiarne la tossicita' in animali da laboratorio, pubblicando il suo lavoro sul British Journal of Experimental Pathology ma con scarso successo perche' la penicillina non curava molte malattie, tra cui la temuta influenza, non immunizzava e soprattutto non eliminava definitivamente i batteri. Continuo' a lavorarci senza arrivare mai alla sua purificazione, anche perche' Fleming era un batteriologo e non un chimico, e non e' quindi sbagliato dire che i suoi tentativi di usarla come antibiotico furono del tutto fallimentari. Ad aprire la strada all’uso clinico della penicillina ci pensarono due suoi collaboratori: Howard Florey e Ernst Boris Chain, che per questo ricevettero con lui il premio Nobel nel 1945. Essi riuscirono a estrarre dal brodo di coltura della muffa una sostanza abbastanza concentrata con la quale fare esperimenti di tipo farmacologico e tossicologico, curando con successo infezioni nell’animale e poi nell’uomo. Il prezzo della Penicillina era pero' altissimo, tanto che veniva recuperata dalle urine dei malati trattati, per poterla usare nuovamente, e solo pochi potevano permettersela. 
E anche qui intervenne il caso che porto' al Northern Regional Research Laboratory di Peoria, una cittadina degli Stati Uniti, Mary Hunt, una donna che aveva scoperto una muffa colore dorato su un melone preso a un supermercato locale. Tale muffa aumento' di dieci volte le capacita' produttive e lancio' definitivamente la produzione su larga scala della penicillina. 
Nel giro di un decennio si formarono nuove classi di antibiotici, nuove formule di Penicilline, le Tetracicline, gli Aminoglicosidi, e ancora dopo, i Macrolidi, fino a giungere ai recenti Chinolonici. Molte malattie infettive, contro cui nulla si poteva fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale divennero improvvisamente curabili e da allora milioni di vite umane sono state salvate. 
Di fronte a tutto cio', come si fa a dire che sia stato tutto merito di piu' casi fortunati?



 

 

 


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