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Il cinema che guarisce
Vedere e discutere in gruppo la storia di un film e dei suoi protagonisti puo' aiutare a cambiare in profondita' e risolvere i propri problemi
di Andrea Bernardini
Dieci anni fa, negli Stati Uniti, e' nata una nuova modalita' d’approccio alla visione di una pellicola cinematografica. Non piu' considerata soltanto come puro intrattenimento ma come strumento di auto-conoscenza e di trasformazione esistenziale, per giungere nell’intimita' delle persone e sciogliere nodi strutturali complessi. Una ricerca svolta da alcuni scienziati dell’Universita' di Ann
Arbor, nel Michigan, ha dimostrato che la visione di un film, oltre a scatenare pulsioni e creare stimoli, muta i livelli di certi ormoni, agendo sia a livello psicologico che fisiologico. Si parla quindi di
Cinematerapia, per descrivere la disciplina che sfrutta le qualita' terapeutiche della Settima Arte. Non
e' una psicoterapia e non assomiglia neppure lontanamente alla psicoanalisi, e “il suo scopo non
e' quello di curare patologie ma semmai di agevolare processi trasformativi, di migliorare la consapevolezza e aiutare le persone a prendere decisioni importanti”, afferma lo psicoterapeuta Giampiero
Ciappina, che da tempo si avvale della Cinematerapia per indurre i suoi pazienti a prendere coscienza del proprio profondo. “La Cinematerapia - continua il dottor Ciappina - ha moltissimi antecedenti, tra cui l’opera ventennale del prof. Antonio Mercurio, ideatore della Antropologia Personalistica Esistenziale, che ha sviluppato una metodologia di analisi del film che ritroviamo anche nella Cinematerapia”. La quale, aggiungiamo noi, si inserisce nel lungo percorso storico delle arti come strumento terapeutico, che nasce prima della medicina vera e propria. Quest’ultima, diventata piu' tardi scienza e accademia, ha preso poi le distanze dalle arti terapie, ritenendole manifestazioni improprie di metodologia sanitaria.
Nel mondo classico le arti terapie emersero dal mito e trovarono la loro piu' fascinosa verifica nell’esercizio delle
espressivita', non meno che in quello della terapia. Proprio per questo a noi non
e' giunto, di quella lontana stagione, se non l’eco di suggestioni magiche, che trovano quasi sempre nella musica e nella poesia la piu' qualificata espressione di un rapporto strutturale tra armonia e salute. Durante il Rinascimento, invece, quando la medicina sulla base dell’osservazione e dell’esperimento imbocco' la strada dell’organizzazione scientifica del proprio operato, le distanze tra arti terapie e scienza medica parvero acutizzarsi. Fu il Positivismo a precisare il ruolo e i limiti della scienza medica e delle arti terapie. Pochi decenni dopo Sigmund
Freud, ispirato alla cultura del Positivismo, decreto' una volta per tutte la connessione tra disagio psicofisico, sensoriale o neurologico, e l’opportunita' di recupero mediante le arti terapie. “Sulla base della sua personale esperienza medica e una rigorosa concezione materialistica della soggettivita' cosciente, lo scienziato austriaco intui' che la terapia piu' efficace per le malattie frutto di somatizzazione puo' essere ricercata, non gia' nell’uso di sostanze chimiche o di una farmacopea incerta e non sempre valida, ma in una sollecitazione di stimoli, in un gioco il piu' possibile naturale di spinte e reazioni, di equilibri ed emozioni, che nelle arti terapie trovavano il campo migliore di attuazione” (Rolando
Renzoni). Negli ultimi anni, nel quadro dei rapporti instaurati tra l’interiorita' dell’Io e le manifestazioni somatiche, tra benessere e malattia, si aprono nuove possibilita' di loro utilizzo a integrazione della medicina tradizionale. In questo contesto si inserisce il discorso sulla Cinematerapia che, per usare le parole del dottor
Ciappina, «e' una metodologia di crescita personale realizzata visionando dei film insieme ad altre persone, sotto l’attenta guida di un gruppo di psicologi specializzati». Si considerano solo alcune parti del film: l’attenzione viene rivolta all’evolversi emotivo della vicenda, escludendo tutti gli elementi sociologici, culturali e legati alla tecnica cinematografica. “Le pellicole devono prevedere un personaggio che, dopo una serie di
difficolta', riesce a cambiare. Finito il film si passa alla discussione in gruppi per analizzare il tema entrando nel vissuto personale di ognuno. Non esistono emozioni giuste o sbagliate: ciascuno ha diritto ad avere le sue. Lavoriamo nel profondo, aiutando a sciogliere timori, antichi condizionamenti, pregiudizi che non s’immagina di avere. Non
e' un metodo induttivo, con cui si suggestiona il paziente, ma un processo di presa di coscienza”.
Quali film si prestano piu' di altri allo scopo? “Le Ali della Liberta'” di Frank Darabont e “Birdy” di Alan
Parker, che consentono di analizzare il tema dell’essere libero. Oppure “Forrest Gump” di Robert
Zemeckis, che riflettono sulla ricerca del pensiero positivo e la sua conquista e adozione nella
quotidianita'. O, per finire, come “L’Uomo Dei Sogni” di Phil Alden
Robinson, sul superamento dei propri schemi e la possibilita' di una metamorfosi.
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