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Che fine ha fatto il decreto 231?
Nel 2001 fu emanato un decreto legge che mirava a migliorare e diffondere la cultura della correttezza e della trasparenza nel sistema economico italiano. Per regolare
i Congressi medici gli acquisti negli ospedali, e per responsabilizzare tutte le aziende
L’Italia e' un Paese che ha troppe leggi. Probabilmente,
per questo motivo, spesso ci si dimentica dell’urgenza e delle motivazioni che
portarono all’emanazione di una particolare disciplina, e si rischia di
trascurarla, come non fosse mai esistita. Sembra essere il caso di un decreto
legislativo approvato nel 2001 e identificato con il numero 231. Quanti se lo
ricordano? Eppure esso e' ancora vigente, cosi' come lo sono le ragioni che
sottintendevano alla sua approvazione. Moralizzare le dinamiche del business ed
eliminare dal panorama economico italiano tangenti e falsi in bilancio, e in
ambito sanitario, false dichiarazioni di dispositivi medici non conformi, regali
faraonici agli uffici acquisti degli ospedali, assunzioni strumentali a ottenere
commesse, e, tutti ricorderanno la polemica dell’epoca, congressi medici a
fini turistici con inviti estesi alle famiglie.
Forse e' meglio specificare che il D. Lgs 231/2001 non parlava assolutamente di
questi casi specifici, ma esercita pressione su una Azienda, prevedendone la
responsabilita' penale diretta in ogni illecito commesso da qualunque suo
dipendente apicale, che abbia agito in nome e per conto di essa, o nei casi in
cui non si siano creati adeguati sistemi di vigilanza e controllo all’esigenza
di prevenire la commissione di reati da parte di figure intermedie dell’organizzazione.
Facciamo un esempio concreto. Fino all’emanazione di questa legge, se l’autorita'
giudiziaria accertava che un informatore scientifico elargiva contributi o
regali in cambio di ricette compiacenti, l’illecito poteva essere addebitato
esclusivamente alla persona del dipendente, e al massimo del suo superiore
diretto, come espressione di una loro cattiva ed esecrabile condotta. Nel
rispetto del principio del diritto romano: societas delinquere non potest, e
dell’art. 27 della nostra Costituzione: la responsabilita' penale e'
personale, non si poteva riferire a una Azienda, in quanto figura giuridica,
coscienza e volontarieta' della condotta, dolo o colpa, elementi essenziali alla
configurazione del reato. Oggi le cose sono cambiate. L’azienda come persona
giuridica viene considerata come metrice di decisioni e attivita' dei soggetti
che operano in suo nome e per i suoi interessi, e, in caso di illecito, la
colpevolezza puo' essere dedotta dall’insieme di condizionamenti sull’agire
del singolo, che spesso derivano da vincoli organizzativi, stili di
comportamento, politiche commerciali imposte o suggerite ai portatori di
determinati ruoli. Le sanzioni applicabili vanno dalle multe, alle cosiddette
sanzioni interdittive (sospensione o revoca delle autorizzazioni; licenze o
concessioni; divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione; esclusione
o revoca di agevolazioni; finanziamenti o contributi; divieto di pubblicizzare i
propri beni o servizi). Il giudice ha inoltre la possibilita' di decidere la
confisca di beni e la pubblicazione della sentenza di condanna. Non escludendo
la nomina di un commissario che subentri nella conduzione dell’azienda per un
periodo pari a quello dell’interdizione.
Sanzioni pesanti che dovrebbero portare a una maggiore trasparenza nell’economia
italiana, senza dimenticare pero', la responsabilita' giuridica e' solo
aggiuntiva e non sostitutiva di quella delle persone fisiche implicate. Come
avrebbe, o potrebbe ancora incidere questa norma nell’ambito del rapporto a
tre che si forma fra Informatore farmaceutico, Dirigenti e Azienda Farmaceutica
da cui essi dipendono? In caso di un accertato comportamento, definibile, non
solo come poco etico o deontologicamente scorretto, ma anche penalmente
rilevante, certamente oggi sarebbe piu' difficile scaricare tutta la
responsabilita' sull’ultimo anello della propaganda, pretendendo che l’ufficio
commerciale sia stato sempre all’oscuro dei suoi traffici. Al contrario, le
responsabilita' penali potrebbero risalire in maniera retrograda verso l’alto,
fino a raggiungere e coinvolgere l’azienda stessa, rea di non aver attivato
una rete e un sistema di controlli adeguato ed efficace. Con tutte le
conseguenze e le sanzioni che abbiamo appena visto. Per finire, in caso di
sospetto, non e' il magistrato che deve dimostrare l’illecito, ma e' l’azienda
che deve dimostrare, di fatto, di aver costruito un processo di formazione e di
controllo sui propri dipendenti.
Correttezza e trasparenza: made in England
Quando un giornalista viene invitato per una conferenza
stampa si aspetta che l’azienda ospitante gli presenti un nuovo prodotto in
fase di lancio. Con questo spirito ci siamo recati a Milano, presso il
prestigioso Circolo della Stampa, per incontrare Sir Christofer O’Donnell,
Chef Executive Officer mondiale della Smith & Nephew. Quasi 150 anni di
esperienza fanno di questa azienda un’autorita' mondiale nel settore della
riparazione tissutale, collocandola ai primi posti nei settori dell’Ortopedia,
dell’Endoscopia e del Wound Management. Il Gruppo, fondato nel 1856, ha sede a
Londra e opera in 32 Paesi, impiegando oltre 7.000 persone, con un fatturato
annuo di 1,2 miliardi di sterline. Il Wound Management, rappresenta il 30% del
business e nel 2003 ha registrato un incremento delle vendite del 9%. Esso
dispone di un’ampia gamma di dispositivi medici per la cura di lesioni e
ferite croniche e acute, con un portafoglio prodotti che va dai farmaci alle
medicazioni tradizionali, dalle medicazioni avanzate alle tecnologie piu'
innovative come i nanocristalli d’argento e i tessuti bioingegnerizzati. Ma
torniamo alla conferenza stampa: con nostra grande sorpresa, Sir O’Donnell non
ha parlato di farmaci ma della politica etica della propria azienda che, in
Italia, si e' concretizzata nel Progetto d.lgs 231/2001.
Ci spiega come nasce e in che cosa consiste?
La filiale italiana e' nata nel 1988, e in meno di due decenni ha raggiunto
quote di mercato ingenti per tutte le business unit di prodotto. Tra i nostri
valori portanti ci sono proprio l’onesta e l’impegno etico. Per circa un
anno abbiamo provveduto all’adeguamento dei nostri sistemi di selezione dei
clienti sulla base della correttezza nei rapporti di business, alla formazione
del nostro personale, e sul fronte sociale, alla creazione di una Fondazione con
finalita' culturali e scientiche. Con l’ adesione completa al d.lgs 231
pensiamo di aver ottenuto una “certificazione in correttezza ”.
C’e' un problema specifico con l’Italia?
No. La nostra e' una politica mondiale. La societa' e' quotata nelle Borse di
Londra e New York, e ha sempre posto alla base delle proprie scelte
considerazioni etiche, sociali e ambientali. Ovunque proponiamo un modello di
business e di controlli che, nel rispetto di ogni mercato, diffonda la cultura
della trasparenza. Un modus operandi che e', prima di tutto, nell’interesse
dei malati e dei medici.
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