Una mostra dedicata ai linguaggi della pubblicita' giapponese. Un’occasione per parlare di estetica e di tradizioni del paese delle geishe
Il Giappone e' un paese ricco di tradizioni e di contraddizioni. Modernita' e rispetto per la cultura millenaria convivono in un apparente contrasto. Nelle citta' piu' moderne del mondo si trovano quartieri popolari, regolati dalle vecchie regole di convivenza del passato. Agli eroi dei fumetti ipertecnologici si contrappongono le figure delle
Geishe, retaggio di una cultura maschilista mai scomparsa. In una mostra tenutasi recentemente a Roma dal titolo “Japad”, organizzata dall’agenzia di pubblicita' nipponica
Dentsu, abbiamo potuto conoscere il Giappone quotidiano attraverso il linguaggio della pubblicita' su temi quali il cibo, le telecomunicazioni, la moda e la bellezza. Tra ricche e colorate creazioni di Ikebana, la suggestiva arte giapponese di composizioni floreali, esibizioni di
Iaido, la disciplina con cui i samurai estraggono e maneggiano la spada, si
e' trattato di un omaggio alla realta' giapponese attraverso il punto di vista dei pubblicitari, ma anche spazio di riflessione sulla cultura popolare e sul concetto di estetica proprio del Giappone, che, al di la' dell’ambito pubblicitario, mantiene alcune caratteristiche a noi non sempre note. Gli storici del costume indicano in particolare: l’ideale estetico del periodo Nara (710-794 d.C.), riassunto dal termine “Makoto” (“sincerita'”), che esprime la spontaneita' e l’intensita' di un sentimento suscitato dalla visione del bello in se stesso, senza mediazioni soggettive. La preferenza per una semplicita' schietta e disadorna che non
cessera', con le dovute trasformazioni, di influenzare anche le epoche successive fino ai giorni d’oggi. O la filosofia del periodo Heian (794-1186) l’ideale estetico che si esprime invece nel “Mono no Aware”, traducibile con “commozione, sentimento ispirato dalle cose”. e si riferisce al trasporto emotivo dell’uomo, che desidera vivere in stretta comunione con il mondo sensibile, per riuscire a capirne tutti i segreti.
L’isolamento del Giappone, durato fino al 1800, ne ha condizionato la cultura ma anche il patrimonio genetico. Le donne asiatiche, in generale, hanno delle caratteristiche fisiche particolari, che le differenziano: una pelle liscia e senza
eta', la cosiddetta “piega epicantica” (epicantic fold), ovvero l’eccesso di tessuto palpebrale che va a formare una plica nell’angolatura interna dell’occhio (gli occhi a mandorla), il viso dalla forma allargata e tonda, gli zigomi pronunciati, il naso piccolo e la bocca quasi sempre carnosa.
e' risaputo come il make-up e la cosmesi siano sempre stati elementi importanti e distintivi della cultura giapponese, e oggi lo sono ancor
piu', in quanto interessano tutte le eta', anche se per ragioni legate a motivi differenti rispetto al passato. Non piu' trucco abbondante volto a onorare la tradizione (che prediligeva un incarnato bianco, luminoso, somigliante a porcellana, ottenibile neutralizzando le tonalita' del giallo con l’utilizzo di materiale coprente), ma per migliorare l’aspetto. Le donne giapponesi indicano oggi fra i motivi del trucco del viso: una pelle imperfetta o dalle caratteristiche non uniformi, quali colorito e grana (57%), o una forma del viso da migliorare (36%) e in questo le giapponesi non si differenziano molto dalle occidentali. Cambia
pero', nel nostro immaginario, l’idea della classica giapponesina dalla piccola bocca color rosso fuoco, la carnagione lattea, i capelli nero corvino raccolti in un morbido chignon, avvolta in un kimono di seta millefiori. Immagine tradizionale non piu' attuale, confinata solo nella tradizione e nella cultura delle
geishe, la parola significa “persone dedite all’arte”. Queste figurine d’alabastro e seta, incarnano lo spirito piu' antico del Giappone e oggi servono il
sake, suonano lo shamisen e danzano per imprenditori, uomini d’affari, alti funzionari del governo che pagano piu' di 10mila yen per farsi coccolare da queste vestali della femminilita' asiatica. Per una geisha ogni gesto, infilarsi un chimono, salire sul
riscio', versare del te',
e' un’occasione per praticare la sua arte, che e' grazia, talento e disciplina e va oltre l’idea di “poca serieta'” cui spesso viene accostata. Etichetta, conversazione, lezioni sul «sacramento del tatto», cioe' su come conoscere ed essere vicini fisicamente al partner non solo quando si cerca l’intimita' sessuale, o su «l’arte di farsi ammirare», cioe' essere belle, eleganti, attraenti e armoniose sempre. Un’altra centenaria tradizione legata all’arte estetica, ma che sta andando incontro a cambiamenti,
e' quella del tatuaggio. Una pratica diffusa in Giappone fin da tempi antichissimi con stili e finalita' diverse. Le sue varie forme, a partire dal XVIII secolo vennero indicate con nomi diversi: quello di tipo “punitivo” era chiamato “irezumi”, mentre quello decorativo era detto “horimono” o “gaman” (ossia pazienza). Lo stile di tatuaggio giapponese
e' del tutto unico, che dinastie di maestri tatuatori attraverso i loro allievi hanno tramandato fino a oggi: infatti, mentre in occidente i tatuaggi sono disegni isolati incisi nella pelle in una parte qualsiasi del corpo, in Giappone
e' di solito l’intero corpo a essere decorato con un unico disegno che ne segue e sottolinea le linee anatomiche e le simmetrie. Oggi una larga fetta della gioventu' identifica questo stile nell’appartenza a bande criminali e mafiose e tenta in tutti i modi di estraniarsi dai canoni tradizionali, considerati ormai poco suggestivi e veri stereotipi da evitare. Capita poi facilmente di vedere ragazze bionde, con gli occhi tondi (molte fanno addirittura ricorso alla chirurgia estetica), lenti a contatto colorate, con jeans, cappelli da cowboy o anni ‘70. E tanti altri look: ragazze vestite tutte di nero, con occhi bistrati e catene legate al collo, che ascoltano musiche
heavy-metal. Cosi' camminando al sabato sera tra le vie di alcuni quartieri di Tokyo ci si puo' sentire in pieno clima carnevalesco, tra varieta' di colori, di stili, di
identita', e nuove espressioni della creativita' giapponese e della ricerca quasi ossessiva dell’apparenza e della perfezione. Fenomeno legato al desiderio di ribellione e voglia di evadere dagli schemi ben analizzato dai sociologi e portato all’attenzione internazionale da giovani scrittrici tipo Banana
Yoshimoto. C’e' un’accademia a Osaka che tiene corsi di sesso e molte ragazze prima del matrimonio, d’accordo con genitori e fidanzati, si prostituiscono per arrotondare le spese, comprarsi il corredo o aiutare la famiglia. Ogni anno si laureano un centinaia di ragazze che trovano lavoro nei locali notturni o nei centri di massaggio. Si tratterebbe pero' di una fase: da grandi si torna al piacere di riconoscersi nell’identita' di un popolo dalle origini e dagli usi diversi dagli altri. Non c’e' dubbio pero' che questi segnali mostrano come si stia assistendo a un’evoluzione del senso estetico giapponese, in molte forme artistiche, dal teatro a quella tradizionale del giardino.
E un grande ruolo lo svolge proprio la pubblicita' che non disdegna di evidenziare l’antinomia fra un passato mai scomparso e una modernita' tanto ricercata in tutti i settori, dalla moda all’elettronica. Come appare nell’immagine della locandina della mostra Iapad che propone la pasta italiana come nuovo modello di alimentazione, ben accetta alle nuove generazioni nipponiche, ma da mangiare con i tradizionali bastoncini laccati.