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articolo aggiornato il: Tuesday 13 December 2011

 

::Una storia vera fra la vita e la morte::::Eutanasia: da Ippocrate a oggi::::Niente accanimento con il testamento::

 

Sherwin B. Nuland Docente di Chirurgia Clinica e Storia della Medicina e Bioetica, Yale University Boston - USA

Eutanasia: da Ippocrate a oggi

Il giuramento di Ippocrate vieta ai medici qualsiasi azione dannosa per il paziente ma la storia del suicidio assistito e' molto antica e complessa

Sherwin B. Nuland Docente di Chirurgia Clinica e Storia della Medicina e Bioetica, Yale University Boston - USA

Parlando di Eutanasia, molti citano Ippocrate e il suo famoso giuramento in cui ci si impegna a non somministrare alcuna medicina mortale anche se ri­chiesta, ne' a dare alcun consiglio a riguar­do. In realta' i medici al tempo di Ippocrate erano, di fatto, coinvolti in cio' che oggi viene chiamato ''suicidio assistito'', considerato un metodo ap­pro­priato per venire fuori dalle difficolta' sia per i Romani che per i Greci: in caso di problemi politici, personali, sociali o finanziari il suicidio era un modo per risolverli. Ma come mai Ippocrate la vietava mentre, sappiamo con certezza che, visto che il veleno era custodito dai medici, a loro bisognava rivolgersi per entrarne in possesso? La spiegazione e' che all'inizio il giuramento era ristretto a una piccola setta chiamata Pitagorica, cui non aderirono subito molti medici, e solo in seguito divenne obbligatorio per poter praticare la professione. Con l'inizio del cristianesimo e con la conversione di Costantino ai medici fu moralmente (e in alcuni casi anche penalmente) proibito che venissero coinvolti nel suicidio assistito. Al significato originale della parola greca, eutanasia, ''facile passaggio fuori dal mondo'' si aggiunge ''senza paure ne' convulsioni''. Tommaso Moro nel 1516 nel suo ''Utopia'' ne parla senza alcun riferimento ai medici, ma con riferimento alla societa', considerandola una cura palliativa. Il filosofo Francis Bacon nel 1605, in opposizione al Cristianesimo, ne ''Avanza­men­to della Conoscenza'' dice che il compito di un medico non e' solo quello di ridare la salute ma anche di attenuare le sofferenze, non solo quando portano alla guarigione ma anche quando conducono all'eutanasia, una parola che secondo l'Oxford En­glish Dictionary in inglese non appare proprio fino al 17° secolo. Con l'avvento della filosofia di Kant e dei suoi seguaci nel 18° secolo, insieme all'idea di fratellanza, della non necessita' della sofferenza, della responsabilita' individuale nel benessere degli altri, si afferma l'idea che in caso di sofferenze atroci di persone che sono vicine alla morte, diviene un dovere per i con­giunti condurre il malato al passaggio per alleviarne le sofferenze. L'inno­vazione dell'idea Ro­mantica secondo cui il dolore non e' piu' un elemento pu­ri­ficatore come lo era per la Bibbia, ne fa perdere il valore di esperienza religiosa. Da allora s'inizia a usare nelle operazioni chirurgiche l'ossido nitroso come ane­stetico. Nel 1816 viene sintetizzata la morfina che prende il posto della tintura di oppio e di altre droghe d'origine botanica che non davano grandi risultati. Nel 1860 viene inventata la siringa ipo­dermica, negli USA ampiamente spe­rimentata sui feriti della Guerra Civile. Nella stesso periodo Darwin pubblica ''L'Origine della Specie'' che apre definitivamente le porte a nuovi principi scientifici e porta alla repentina caduta dei concetti religiosi sul valore del dolore. Si diffonde l'idea che la salvezza risiede nella scienza e non nella fede religiosa ma nasce un nuovo problema: se la scienza ha come obbligo quello di alleviare il dolore come comportarsi nelle situazioni in cui il dolore non puo' essere alleviato? Tocco' a Sa­muel Williams scrivere un trattato in cui affermava che l'eutanasia e' un dovere degli scienziati e associava alla parola eutanasia il significato di ''cio' che causa morte''. Intorno al 1870 la parola si ar­ricchisce di un nuovo significato: non piu' ''morte buona'' ne' ''morte facile'', ma morte causata da qualcun altro. Sul New England Journal of Medicine si parla di eutanasia pas­siva, causata so­spendendo ogni trattamento che mantiene in vita il paziente. Fino al 20° secolo, la figura del me­dico, continua ad ave­re il ruolo di chi cura le malattie e allevia le sofferenze, ma an­che di pastore che conduce il pa­ziente fino alla mor­te. Ma oggi ci si chiede cosa egli debba fare di fronte a coloro che non possono essere curati, cui non si puo' prolungare la vita, e per i qua­li nessun farmaco riesce a colmare indicibili dolori. Per loro c'e' bisogno di una legge che scaturisca da un dibattito non limitato ai politici ma esteso alle famiglie dei pazienti e ai medici. Che legittimi nel sanitario il dovere morale di partecipare a dare un estremo sollievo quando non vi sono altri metodi di cura.

La posizione della Chiesa cattolica 

Come potevasi immaginare la sentenza della Cassazione favorevole all'interruzione delle cure a Eluana Englaro ha subito determinato una reazione da parte del Vaticano. Monsignor Fisichella, presidente della Pontificia Accademia della vita, l'ha subito definita ''una sentenza gravissima, una eutanasia di fatto e di diritto. Lasciar morire di fame e di sete e' una delle cose piu' dolorose e crudeli che ci possano essere. Non si capisce come sia possibile per un giudice stabilire, non si sa bene su quali basi, che lo stato vegetativo sia irreversibile. Puo' essere permanente, ma non irreversibile, dopo 20 anni ci sono stati casi eccezionali di risvegli. 
Monsignor Fisichella
In Italia avanza una cultura di morte e tutto cio' e' lontano anni luce dalla visione del Cristianesimo. Ho sperato sino all'ultimo che questa sentenza non arrivasse, anche perche' il Parlamento sta lavorando per arrivare a un testo il piu' possibile condiviso''. Secondo la Conferenza Episcopale Italiana infine ''l'alimentazione e l'idratazione non costituiscono una forma di accanimento terapeutico''. (Benedetta Palombi)


 



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