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Eutanasia: da Ippocrate a oggi
Il giuramento di Ippocrate vieta ai medici qualsiasi azione dannosa per il
paziente ma la storia del suicidio assistito e' molto antica e complessa
Sherwin B. Nuland Docente di Chirurgia Clinica e Storia
della Medicina e Bioetica, Yale University Boston - USA
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Parlando di Eutanasia, molti citano Ippocrate e il suo famoso
giuramento in cui ci si impegna a non somministrare alcuna medicina mortale
anche se richiesta, ne' a dare alcun consiglio a riguardo. In realta' i
medici al tempo di Ippocrate erano, di fatto, coinvolti in cio' che oggi viene
chiamato ''suicidio assistito'', considerato un metodo appropriato per
venire fuori dalle difficolta' sia per i Romani che per i Greci: in caso di
problemi politici, personali, sociali o finanziari il suicidio era un modo per
risolverli. Ma come mai Ippocrate la vietava mentre, sappiamo con certezza che,
visto che il veleno era custodito dai medici, a loro bisognava rivolgersi per
entrarne in possesso? La spiegazione e' che all'inizio il giuramento era
ristretto a una piccola setta chiamata Pitagorica, cui non aderirono subito
molti medici, e solo in seguito divenne obbligatorio per poter praticare la
professione. Con l'inizio del cristianesimo e con la conversione di Costantino
ai medici fu moralmente (e in alcuni casi anche penalmente) proibito che
venissero coinvolti nel suicidio assistito. Al significato originale della
parola greca, eutanasia, ''facile passaggio fuori dal mondo'' si aggiunge ''senza
paure ne' convulsioni''. Tommaso Moro nel 1516 nel suo ''Utopia'' ne parla senza
alcun riferimento ai medici, ma con riferimento alla societa', considerandola
una cura palliativa. Il filosofo Francis Bacon nel 1605, in opposizione al
Cristianesimo, ne ''Avanzamento della Conoscenza'' dice che il compito di un
medico non e' solo quello di ridare la salute ma anche di attenuare le
sofferenze, non solo quando portano alla guarigione ma anche quando conducono
all'eutanasia, una parola che secondo l'Oxford English Dictionary in inglese
non appare proprio fino al 17° secolo. Con l'avvento della filosofia di Kant e
dei suoi seguaci nel 18° secolo, insieme all'idea di fratellanza, della non
necessita' della sofferenza, della responsabilita' individuale nel benessere
degli altri, si afferma l'idea che in caso di sofferenze atroci di persone che
sono vicine alla morte, diviene un dovere per i congiunti condurre il malato
al passaggio per alleviarne le sofferenze. L'innovazione dell'idea Romantica
secondo cui il dolore non e' piu' un elemento purificatore come lo era per
la Bibbia, ne fa perdere il valore di esperienza religiosa. Da allora s'inizia a
usare nelle operazioni chirurgiche l'ossido nitroso come anestetico. Nel 1816
viene sintetizzata la morfina che prende il posto della tintura di oppio e di
altre droghe d'origine botanica che non davano grandi risultati. Nel 1860 viene
inventata la siringa ipodermica, negli USA ampiamente sperimentata sui
feriti della Guerra Civile. Nella stesso periodo Darwin pubblica ''L'Origine
della Specie'' che apre definitivamente le porte a nuovi principi scientifici e
porta alla repentina caduta dei concetti religiosi sul valore del dolore. Si
diffonde l'idea che la salvezza risiede nella scienza e non nella fede religiosa
ma nasce un nuovo problema: se la scienza ha come obbligo quello di alleviare il
dolore come comportarsi nelle situazioni in cui il dolore non puo' essere
alleviato? Tocco' a Samuel Williams scrivere un trattato in cui affermava che
l'eutanasia e' un dovere degli scienziati e associava alla parola eutanasia il
significato di ''cio' che causa morte''. Intorno al 1870 la parola si
arricchisce di un nuovo significato: non piu' ''morte buona'' ne' ''morte
facile'', ma morte causata da qualcun altro. Sul New England Journal of Medicine
si parla di eutanasia passiva, causata sospendendo ogni trattamento che
mantiene in vita il paziente. Fino al 20° secolo, la figura del medico,
continua ad avere il ruolo di chi cura le malattie e allevia le sofferenze, ma
anche di pastore che conduce il paziente fino alla morte. Ma oggi ci si
chiede cosa egli debba fare di fronte a coloro che non possono essere curati,
cui non si puo' prolungare la vita, e per i quali nessun farmaco riesce a
colmare indicibili dolori. Per loro c'e' bisogno di una legge che scaturisca da
un dibattito non limitato ai politici ma esteso alle famiglie dei pazienti e ai
medici. Che legittimi nel sanitario il dovere morale di partecipare a dare un
estremo sollievo quando non vi sono altri metodi di cura.
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La posizione della Chiesa cattolica
Come potevasi immaginare la
sentenza della Cassazione favorevole all'interruzione delle cure a Eluana
Englaro ha subito determinato una reazione da parte del Vaticano. Monsignor
Fisichella, presidente della Pontificia Accademia della vita, l'ha subito
definita ''una sentenza gravissima, una eutanasia di fatto e di diritto. Lasciar
morire di fame e di sete e' una delle cose piu' dolorose e crudeli che ci
possano essere. Non si capisce come sia possibile per un giudice stabilire, non
si sa bene su quali basi, che lo stato vegetativo sia irreversibile. Puo' essere
permanente, ma non irreversibile, dopo 20 anni ci sono stati casi eccezionali di
risvegli. |
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In Italia avanza una cultura di morte e tutto cio' e' lontano anni
luce dalla visione del Cristianesimo. Ho sperato sino all'ultimo che questa
sentenza non arrivasse, anche perche' il Parlamento sta lavorando per arrivare a
un testo il piu' possibile condiviso''. Secondo la Conferenza Episcopale
Italiana infine ''l'alimentazione e l'idratazione non costituiscono una forma di
accanimento terapeutico''. (Benedetta Palombi)
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