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Che fantasia mostruosa...
Disegnata, scolpita oppure filmata la mostruosita' continua ad affascinare in quanto rappresentazione di paure primordiali che non riusciamo a controllare
di Danilo Panicali
Il 7 novembre di quest’anno a Milano e' stato inaugurato il “Museo delle creture immaginarie”: una mostra itinerante che tocchera' le principali citta' del paese, da Genova a Roma fino a Napoli. L’iniziativa, nata da un’idea di Stefano
Benni, Francesco Altan e Piero Perotti per Amref Italia,
e' a scopo benefico e i proventi andranno alla nota Associazione che da anni e' in prima linea per la veicolazione di fondi umanitari alle popolazioni Africane. Nella volonta' dei suoi creatori la mostra
e' principalmente un percorso educativo concepito per i piu' piccoli e i ragazzi che sono invitati a partecipare in prima persona realizzando creature immaginarie, scrivendo didascalie e suggerendo nuove creazioni che si andranno a unire a quelle pensate da Benni e Company. L’idea di educare attraverso l’utilizzo attivo dell’immaginazione non
e' recentissima e anzi viene spesso utilizzata da professori e maestri illuminati che tramite un incipit creativo riescono ad attrarre l’attenzione degli scolari stimolandone l’intellingenza. Tuttavia, di contro, esiste un’opinione piuttosto diffusa secondo la quale porre un soggetto piu' piccolo dinanzi a visioni grottesche o comunque spaventevoli, come possono essere appunto alcuni dei mostri ospitati dalla manifestazione, potrebbe avere su di lui delle ripercussioni negative. A parte che se cio' fosse sempre vero bisognerebbe considerare seriamente l’ipotesi di proibire ai minori oltre che di andare al cinema e vedere la tv, anche di andare in chiesa (quante rappresentazioni di martiri e diavoli...). Sugli schermi sono frequenti molti film splatter (genere cinematografico tanto violento e amato dai ragazzi quanto osteggiato da chi ha l’onere di tutelarne i diritti, perche' fa un massiccio uso di effetti speciali a base di sangue e diavolerie). Alcuni critici hanno anche paradossalmente avanzato l’ipotesi che essi traggono ispirazione proprio dalle sequenze piu' crudeli dei martirii tipici della religione cattolica. Senza voler entrare in merito a questa controversia, qual
e' il rapporto che esiste fra l’uomo e la sua necessita' intima di rappresentare in immagini mostruose i propri incubi? Un tema che
e' stato molto studiato dalla psicoanalisi che lo ritiene un bisogno umano assoluto e che gia' l’anno scorso fu il leit motiv di un’altra mostra allestita presso il Mart - Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, intitolata “Il Bello e le Bestie - Metamorfosi, artifici e ibridi dal mito all’immaginario scientifico”. Le ampie sale del museo per l’occasione si riempirono di quadri, stampe, sculture raffiguranti appunto creazioni di tutte le epoche che avevano come comune denominatore quello di rappresentare i frutti della fantasia dei propri creatori e delle epoche in cui furono partoriti. Secondo gli archeologi gia' le figure rupestri erano spesso rappresentazione di versioni paurose della realta' come esaltazione della sfida e in ultimo del concetto di diverso. Storicamente,
pero', la prima vera raffigurazione dell’uomo mostro si fa risalire a una testimonianza di Plinio il Vecchio, che descrive la caricatura di un tale di nome Gryllos (porcellino). Da questo termine nascera' un intero genere, i grilli, caratterizzato dall’antropomorfizzazione degli animali, costante tanto di rappresentazioni ironiche, se non propriamente comiche, quanto della piu' seria ma altrettanto favolistica mitologia:
minotauri, sirene, esseri meta' uomini meta' equini, ecc. Un’iconografia ricca e forte nella sua funzione di metafora e insegnamento di vita, che continua, senza attenuarsi, anche nel Medioevo seppur con una differenza di fondo: se nel periodo classico, l’immagine mostruosa doveva generare stupore, nel Medioevo essa si fa rappresentazione del caos infernale e quindi prezioso strumento adottato da potenti e religiosi per spaventare e preservare il proprio potere. Di questo periodo sono i bestiari piu' intensi: trattati didascalici pseudo scientifici spesso illustrati, contenenti descrizioni di animali reali unitamente a quella di esseri fantastici. Insomma la metamorfosi e il mostruoso come descrizione e generatrice di
inquietitudine, per scampare alla quale l’unico modo
e' quello di rifugiarsi tra le accoglienti braccia di “certezze” quali fede e tradizione. Certo all’epoca regnava la superstizione piu' profonda, eppure se dovessimo analizzare la storia dell’arte scopriremmo che anche successivamente, fino a oggi, il mostruoso ha continuato ad affascinare artisti di tutto il mondo, sesso ed
eta'. Come mai? Puo' sembrare assurdo ma il motivo andrebbe ricercato, in primis, nel bisogno inconscio di essere spaventati. La paura, cercata e subita, sarebbe cioe' un’emozione comune a tutti gli animali che riveste un’importanza particolare, fino quasi a definirsi necessaria, per l’essere umano. Un’emozione fondamentale, quindi, che insieme alla morbosa attrazione per l’arcano, l’inafferrabile, l’ignoto nella sua definizione piu' completa, affascina finendo col divenire, essa stessa, una costante dell’espressivita'. Per questo
e' possibile rintracciare, accanto alle manifestazioni espressive di una visione razionale del mondo, che appare come un qualcosa di ordinato e quindi maggiormente alla portata dall’uomo, un’arte visiva in cui l’elemento irrazionale sembra avere il sopravvento. Una visionarieta' non piu' metafisica ma concreta, in cui il fantastico irrompe con forza nella realta' diventando un mezzo attraverso il quale
e' possibile persino incanalare e dominare le proprie naturali e ancestrali inquietitudini come la paura di essere distrutti dalle forze naturali, la solitudine, anche la morte. Il mostro in particolare sembra incarnare nelle sue fattezze anormali il concetto stesso di “diverso”, nel senso di ricettacolo di tutte queste zone d’ombra dell’inconscio. Rappresentarlo, allora, fungendo da valvola di sfogo diviene uno degli scopi stessi dell’arte nella sua concezione di proiezione visibile della propria
interiorita', per l’artista e in quella di strumento educatore e talvolta moralizzatore, per chi la guarda. Osservando un’immagine fantastica, infatti, si verifica quella che gli analisti chiamano
depersonalizzazione: vale a dire che lo spettatore arriva a identificarsi con i soggetti raffigurati, finendo col ritrovarsi catapultato in un nuovo terreno, in cui il contatto con la realta' diviene eccezionalmente labile. All’improvviso, insomma, le differenze tra soggetto e oggetto cessano di esistere. A questo punto il concetto di perturbante che sta alla base di tale immedesimazione, come scrive il Professor Aldo
Carotenuto, psicoanalista di spicco dello junghismo italiano, nella sua opera: Il fascino discreto dell’orrore, “crea un meccanismo curioso nella psiche del soggetto: egli sa che verra' spaventato, sa che probabilmente sentira' le proprie certezze vacillare e questa consapevolezza provoca in lui il piacere”. Sogno individuale o collettivo che sia, infatti, l’opera d’arte visiva costituisce un mezzo privilegiato e unico per accedere al mondo interiore. Piu' della parola, essa spalanca la porta all’immaginario. E in questa strana ruota di piacere e paura e di nuovo paura e piacere quali immagini assumono piu' spessore, avendo per loro stessa definizione carattere perturbante, se non quelle estrapolate dal proprio o collettivo universo di figure fantastiche e terrorizzanti, che in fin dei conti costituisono le fondamenta della fantasia? Generate dall’incubo, dalle reminescenze minacciose che ossessionano la mente, tali figure consentono di addentrarsi in una dimensione segreta e spesso ignorata. Tali immagini diventano la chiave per poter addentrarsi nei sotterranei dell’anima, in quel luogo in cui la psiche inizia a vacillare perche' privata di tutti gli appigli che la realta' usualmente fornisce e che tuttavia riesce ugualmente a sopravvivere, seppur spogliata delle sue certezze, grazie proprio alla visibilita' che per assurdo torna a ridefinire e riordinare il caos. Perche' pur essendo legate alle forti emozioni, anzi traendo motivo di esistere da queste, le immagini visionarie squarciano la tenebra caotica per darle una configurazione. Figure come quelle del licantropo, del vampiro o del minotauro sono solo schegge di uno specchio che riflettono visioni semplificate della complessita' che costituisce l’uomo in quanto tale: un insieme di fragili certezze di cui comunque si sente necessario la continua riconferma. E non c’e' tanto da stupirsi, a questo punto, se spesso, a spaventare di piu' sono proprio le raffigurazioni che minano tale sicurezza, avendo in se' una deformazione implicita della realta' quotidiana. Perche' come capita fin da bambini gli orrori che piu' colpiscono sono quelli partoriti dalla tranquillita' degli ambienti familiari. Lo prova il fatto che per secoli l’uomo ha raccontato, attraverso la propria immaginazione, storie di orrende metamorfosi comuni a tutto il globo. Il bestiario medievale europeo non era tanto diverso da quello orientale. Perche' appartenenti all’immaginario collettivo. Perche' rappresentazioni di paure che si perdono nell’alba dei tempi. Con il 1500, e precisamente con artisti del calibro di Bosch e
Bruegel, il mostruoso inizia ad assumere una caratterizzazione motivazionale piu' introspettiva. I soggetti dei quadri di questo periodo sono tipicamente medievali, tuttavia appaiono comunque personali e originali, facendosi incarnazione della precarieta' della condizione umana sentita anche dall’artista. Sempre in quegli anni il concetto di mostruoso si arricchisce, anzi si riappropria, anche della sua originale caratterizzazione di meraviglioso.
e' il caso, a esempio, dell’Arcimboldo e delle sue figure per meta' umane e per meta' vegetali. Successivamente, in breve, il mostro diventa suggestiva rappresentazione dell’incubo generato dal sonno della ragione in
Goya, malinconica solitudine per i preraffaelliti, prorompente follia nel quotidiano per i surrealisti, con incubi collettivi e personali fusi insieme in una realta' che diviene manifestamente irreale (gli orologi liquidi di
Dali'), e ancora volto sconosciuto del familiare per De Chirico, nuova visione del mondo spogliata delle proprie certezze” per
Magritte, “futuro postatomico e fantascientifico per Giger (il creatore del mostro della saga cinematografica di Alien). Le opere che illustrano l’articolo sono in ordine di pagine: “Il piccolo cervo” di Frida Kahlo - “Cartesio: cogito ergo sum” di Vettor Pisani - “Sogno di una notte d’estate” di Marc Chagall - “I genitori” di Alberto Savino - “Il satiro dal cinico sorriso” di Odilon Redon - “FauNixi” di Luigi Ontani.
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