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Impronte digitali sempre attuali
A 150 anni dalla nascita dell’inventore della dattiloscopia, le impronte digitali restano uno dei
piu' noti metodi investigativi
di Roberta Rinaldi
Bisogno di maggiore sicurezza e lotta al terrorismo internazionale, fanno pensare che presto saremo tutti schedati, nessuno escluso. Il dibattito sull’identificazione individuale dei Rom e degli altri immigrati, indipendentemente dalla commissione di un reato, che sta infiammando i giornali e le aule del Parlamento, non si limita solo al nostro Paese, ma coinvolge anche l’Europa e altre nazioni, USA e Giappone, in primo piano. Nei paesi
piu' a rischio, prima di poter entrare, presto alla dogana probabilmente ci sentiremo dire:
''favorisca l’indice della mano destra'' e l’impronta verra' confrontata con quella della carta d’identita' o del passaporto. Il tutto in pochi minuti grazie ad una banca dati centrale. Ma c’e' una
curiosita' che pochi ricordano e che fa sorridere, pensando che le tecniche e gli strumenti sempre
piu' raffinati e tecnologicamente all’avanguardia messi in campo contro il terrorismo, ancor oggi dipendono da una intuizione che quest’anno compie 150 anni: l’uso delle impronte digitali a fini investigativi. Impossibile dire quanti, nel corso del tempo, siano stati i casi giudiziari in cui la scoperta del colpevole
e' stata effettuata proprio grazie alle impronte digitali, ancor oggi, il miglior sistema di identificazione, facile e sicuro. La storia delle impronte digitali risale
pero' ai tempi Babilonesi in cui si pensa fossero utilizzate per transizioni commerciali come firma personale. Le scoperte
piu' rilevanti in questo campo furono realizzate nel XIX secolo da Sir Francis Galton che introdusse la struttura di minuzia e successivamente da Sir Edward Henry che
realizzo' un sistema di classificazione delle impronte in grado di semplificare molto il processo di identificazione, realizzato ancora manualmente da esperti del settore. Fu
pero' Ivan Vucetic (1858-1925), con l’invenzione della dattiloscopia, realizzo' un metodo investigativo che consentiva di scoprire i colpevoli mediante le impronte digitali. Come
e' noto tutto si basa sull’unicita' delle impronte digitali umane, dovuta alla conformazione dei polpastrelli e dei palmi delle mani che sono cosparsi di minuscole papille di forma conica che si susseguono formando sottili creste separate da piccoli solchi. Le creste descrivono
cosi' disegni caratteristici, assolutamente individuali (anse, archi, vortici), che si formano durante la vita fetale intorno all’ottavo mese. L’identificazione avviene attraverso due caratteristiche: la persistenza, secondo la quale le caratteristiche delle impronte non cambiano attraverso il tempo, e l’individualita', attraverso cui si afferma l’individualita' del soggetto. Come
e' ben noto in qualsiasi film con scene di crimine, il rilevamento delle impronte
puo' avvenire in modo diretto e indiretto. Diretto quando ad individui in stato di fermo si fanno imprimere su carta le impronte dei polpastrelli macchiati di inchiostro ovvero indiretto attraverso particolari procedure che permettono di rendere visibili le impronte su qualsiasi oggetto e in qualsiasi luogo. Di recente, per il rilevamento di impronte diretto sono utilizzati dispositivi elettronici all’avanguardia che individuano all’istante a chi appartengono le impronte individuate. I primi sistemi automatici sono stati sviluppati nel 1950
dall'F.B.I. in collaborazione con alcuni uffici di tecnologia federali quali: il National Bureau of
Standards, il Cornell Areonautical Laboratory e la Rockwell International Corp. Le impronte analizzate sono messe a confronto con altre e il metodo utilizzato
e' quello del numero di "punti di riferimento" uguali fra le due impronte. Per studiare le impronte sono state create nuove tecnologie e software sempre
piu' aggiornati basati sull'analisi dell'immagine e di sensori-scanner, utili per
l'acquisizione delle immagini dell'impronta. In Italia le impronte sono conservate presso l’AFIS
(Automated fingerprints identification system) che ne contiene oltre 40 milioni. Questo
e' una sorta di ''nuovo'' ufficio anagrafe dove, al posto della data di nascita, viene raccolto un elemento
biometrico, l'impronta digitale, elemento piu' importante per arrivare a una identificazione certa anche prescindendo dalla commissione di un reato. I sistemi di rilevazione e di comparazione, non sono immuni da rischi e possono commettere errori. La
probabilita' con cui si verificano tali errori e' espressa da due parametri legati tra loro che sono stati messi in evidenza dai sistemi d’accesso improntati sul riconoscimento delle impronte dell’impiegato. La FRR (False Rejection Rate) che
e' la frequenza dei falsi rifiuti, che specifica la frequenza con la quale il sistema rifiuta impropriamente individui che sono autorizzati
all'accesso. La FAR (False Acceptance Rate), invece, e' la frequenza delle false accettazioni e specifica la frequenza con cui il sistema
e' ingannato da estranei che riescono a essere autorizzati pur non avendo il diritto di accesso. C’e' chi sostiene, quindi, che i lettori d’impronte digitali non siano realmente
cosi' sofisticati e sicuri e che per bypassare il lettore siano sufficienti delle piccole gelatine. A confermare quest’ipotesi
e' stato un esperto di sicurezza giapponese: Tsutomu Matsumoto. Secondo la sua teoria, basta fotografare un’impronta, lavorarla con un qualsiasi programma per immagini
(Photoshop) e successivamente stamparla su un apposito supporto (un lucido da proiezione). Trasferendo poi il tutto su un circuito stampato fotosensibile e realizzando un dito di gelatina utilizzando uno stampo si ottiene una falsa impronta di altri. La notizia
e' da prendere con le molle e, soprattutto, se fosse vera metterebbe in crisi molte nostre certezze sulla sicurezza e la
capacita' investigativa di tutte le polizie del mondo.
Juan Vucetich
Nato in Croazia, nell’isola di Hvar, nel 1858, Juan Hvar si
trasferi' in Argentina a 24 anni dove divenne ufficiale di polizia. Incuriosito dalle teorie di Sir Francis Galton sull’unicita' delle impronte digitali,
inizio' a collezionarle fino a creare il Centro di dattiloscopia di Buenos Aires. Il primo caso giudiziario risolto con il ricorso all’identificazione del colpevole tramite le impronte lasciate sul posto del delitto
e' del 1892. Francisca Rojas aveva ucciso i suoi due figli tagliando loro la gola e cercava di scaricare la
responsabilita' su aggressori sconosciuti penetrati dall’esterno. L’impronta dell’indice della sua mano destra lasciata sul coltello
servi' a incastrala senza scampo. La polizia argentina adotto' il metodo di classificazione e di confronto delle impronte digitali e rapidamente esso si diffuse in tutto il mondo. Nel 1904 Vucetich
pubblico' il primo testo di Dattiloscopia Comparata che presto divenne il manuale di formazione per le polizie investigative internazionali. Il 16 giugno scorso si
e' aperta una mostra su Vucetich presso il Jurai Sporer Art Pavillion di Opatja.
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