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articolo aggiornato il: Wednesday 02 May 2012

 

 


Gabriella Larovere

Le parole della malattia

Il linguaggio che il medico usa per scrivere o per presentare le proprie ricerche e' diverso da quello necessario a trattare con il paziente 

Dott.ssa Gabriella Larovere

Il Vangelo di Giovanni inizia “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”, dove alla Parola viene dato il significato piu' alto in assoluto.

Per molti di noi e' quasi impossibile non parlare e, per alcuni piu' sfortunati, alla parola e' stato sostituito il linguaggio dei segni perche' e' importante e anche indispensabile comunicare. Il linguaggio, qualunque esso sia, ci consente di interagire con le altre persone, arricchendo il nostro bagaglio culturale, permette di comunicare stati d’animo, informazioni piu' o meno importanti dal punto di vista sociale. C’e' chi della parola fa una scelta di vita e chi dalla parola ricava da che vivere. Il mestiere del giornalista e' tra i piu' difficili perche' c’e' l’obbligo di attenersi alla narrazione dei fatti, senza contaminazione emotiva. E la cronaca dei fatti risulta piu' difficile quando si parla di scienza, perche' occorre conoscere a fondo la materia in modo da poterla spiegare semplicemente e applicare lo stesso rigore operato dalle riviste scientifiche al momento di pubblicare i risultati di un lavoro. Per il giornalista che si occupa di scienza non e' facile spiegare alcune scoperte senza esserne emotivamente coinvolto, soprattutto quando l’argomento di cui si parla e' il cancro. Poco importa l’analisi razionale della scoperta scientifica, quando risulta piu' popolare parlare della guarigione miracolosa, del caso umano. Nel passato ci sono stati diversi esempi, altri piu' recenti, ancora vivi nella memoria. Qualcuno ha osato parlare di ciarlataneria, ma si tratta generalmente di persone, sconosciute alla comunita' scientifica, che propongono cure alternative, spesso di tipo naturale, sollevando un grande consenso popolare e prese di posizione nei riguardi della scienza ufficiale. 
Tra le terapie improprie proposte come rimedio anticancro, da ricordare la cosiddetta “cura di Vieri”, dal nome dello scopritore, il quale, ancor prima di conseguire la laurea in medicina, trattava i malati di cancro con una preparazione galenica a base di aceto di vino, alcool a 95° e colchicina. Il rimedio divenne un caso nazionale che costrinse il Ministro della Sanita' di allora a una sperimentazione effettuata all’Istituto Regina Elena di Roma. I risultati non furono positivi, come forse molti si aspettavano. Piu' di recente, il siero di Bonifacio, che utilizzava come materia prima gli escrementi di capra. Questo rimedio ha tenuto banco per piu' di trent’anni. Anche in questo caso, cio' che lo rese famoso fu l’aspetto umano della vicenda. Il giornalista Grazzini cosi' scriveva sul settimanale Epoca “Fui affascinato anzitutto dal personaggio, modesto, disarmato, con una grande carica umana e con una storia difficile a credersi in un paese civile: che cioe' per vent’anni un uomo cerchi invano di ottenere, non un’approvazione ma un esame della sua scoperta da parte dei pubblici istituti”. E poi “Mi colpi' anche il fatto che Bonifacio lavorasse gratis, tra mille difficolta'”. Piu' vicino ai giorni nostri, il caso Di Bella che ha diviso l’Italia, portando addirittura lo scontro sul piano politico, stigmatizzando la medicina ufficiale come “di sinistra”, in contrapposizione a un metodo di cura invece “di destra”. Forse tutto il clamore che e' sorto attorno ai vari casi non si sarebbe creato se ci fosse stata un’attenta analisi dei fatti, possibile solo in presenza di una cultura scientifica di base. e' auspicabile che la medicina riacquisti la propria autorevolezza evitando l’orrenda commistione in televisione delle patologie con i consigli di economia domestica o le ricette di cucina. Portare la medicina a contatto con il pubblico non deve necessariamente volgarizzarla perche' possa essere comprensibile. Solo chi ha fatto un iter formativo medico ha maggiori opportunita' di legare i difficili contenuti della scienza agli interessi e alla capacita' di comprensione del pubblico, non togliendo la sacralita' di una professione che si e' sempre posta al servizio degli altri.

Le parole per il paziente

L’ars medica, da sempre, trova uno dei suo elementi di essenzialita' nell’arte di comunicare, nell’uso appropriato della parola. “I medici sono utili, scrive Tolstoi, non tanto per il fatto che ci fanno inghiottire ogni possibile sostanza, ma perche' corrispondono a un bisogno spirituale del paziente o dei suoi parenti: l’eterno bisogno di speranza, di simpatia e di sollievo di cui un uomo che soffre ha estremo bisogno”. Al medico e' affidato, quindi, il non facile compito di trovare parole giuste per dar sollievo a chi soffre e per ridare speranza ma anche per spiegare al paziente qual’e' il suo reale stato di salute e quali possono essere le migliori terapie per guarire. Platone scriveva che, “di volta in volta, nella necessaria conoscenza del paziente e del suo atteggiamento psicologico, il medico deve misurare, calibrare le parole, usare i termini piu' appropriati, tenendo in considerazione che, piu' spesso di quanto si immagini, il malato non vuole veramente sapere”. Karl Jaspers nel suo libro: “Il medico nell’eta' della tecnica”, evidenzia come “l’ideale del rapporto tra medico e paziente e' la relazione fra due persone razionali in cui l’esperto tecnico viene in aiuto del malato. Ma ” - continua Jaspers - ”quando le cose si fanno serie, quando la vita appare minacciata o, sulla base di quanto umanamente prevedibile, gia' pregiudicata, il malato non vuole sapere affatto. Se dice il contrario e' perche' desidera essere tranquillizzato e non la verita'.  Poiche' spesso l’uomo, da malato, non e' razionale ma irrazionale e antirazionale, la relazione medica deve necessariamente trasformarsi”. Quante volte nella nostra esperienza di medici abbiamo incontrato malati di buona cultura e intelligenza affetti da tumore, e ancorche' ricoverati in centri dalla denominazione inequivocabile, attribuivano le loro gravi difficolta' respiratorie a una “bronchitella”, presa perche' qualcuno aveva lasciato la finestra della stanza semi-aperta. Sono i malati di tumore che con difficolta' parlano delle loro malattie, al contrario dell’infartuato che si “vanta” di aver superato la fase pia' grave. Aspirare alla verita'; e' possibile solo quando il malato e' in grado di tollerare e convivere con essa in maniera razionale. Il nuovo codice di deontologia della Federazione e' per questo giustamente prudente. “Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazioni e sofferenze particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti, senza escludere mai elementi di speranza”. Quotidianamente, il medico deve fare, spesso, i conti con l’impotenza della terapia e l’incapacita' di sconfiggere il male ed e' solo di fronte al suo paziente che ha riposto in lui ogni speranza. Si torna quindi alla centralita' del rapporto medico - paziente, che, in quanto asimmetrica, non ha in se' stessa il proprio baricentro ma ha bisogno di essere innestata in una forte dimensione deontologica che non e' una dimensione accessoria della medicina. e' la sfida quotidiana che noi medici possiamo, dobbiamo vincere con la nostra preparazione, con la nostra perizia, ma anche e forse soprattutto con una parola, un sorriso e con una carezza. 

On. Prof. Eolo Parodi - Presidente Fondazione ENPAM



 

 

 


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