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Il medico di famiglia
I medici di Medicina Generale sono scelti dal paziente e sono responsabili dell’erogazione
di cure integrate e continuative nella sua famiglia e comunita'
di Giorgio Maggiore
Nei Paesi Anglosassoni, lo chiamano da sempre General Practitioner. Da noi, invece, questa fondamentale figura del sistema sanitario, ha cambiato piu' volte nome: medico curante o di fiducia, condotto o della mutua, di base e, infine, di medicina generale. Molti amano ancora chiamarlo in una maniera che ricorda un diverso rapporto fa sanita' e paziente, adottando l’affettuoso termine di ''medico di famiglia''. Ma proviamo a percorrere a ritroso la storia di questa figura quasi mitica, che teneva in cura tutto il nucleo familiare e ne seguiva lo stato di salute attraverso le generazioni. Gia' prima della riforma sanitaria del 1978, il medico di famiglia era il primo riferimento sanitario per i cittadini e si prendeva cura dei suoi assistiti in maniera globale. La conoscenza delle eventuali storie e diatesi familiari costituiva un elemento fondamentale del processo diagnostico. Quando nei paesi e nei
villaggi di campagna i laboratori di analisi erano strutture irraggiungibili, il medico di famiglia raccoglieva le urine della notte e, con fare serio e preoccupato, le guardava in controluce alla ricerca di segni e conferme per la sua diagnosi. All’uscita, lo attendeva il bacile con l’acqua calda per lavarsi e l’asciugamano buono per le mani. Nel caso di un parto, al suo fianco c’era l’ostetrica con cui spesso si creava una sotterranea competizione. In caso di morte la figura del medico di famiglia rappresentava un conforto e un segno di fedelta' all’impegno assunto non solo nei riguardi del paziente ma anche dei parenti e di tutta la comunita'. Non c’era ancora la tecnologia e in assenza del telefono erano i piu' piccoli a correre a ''chiamare il medico'' a casa per le urgenze e le necessita'. In un dipinto del 1891, Sir Luke Fields ritrasse ''The Doctor'' a fianco di un bambino malato e quella immagine fu usata nel 1947 per commemorare i cent’anni dell’ American Medical Association, ma ancor oggi rappresenta il ritratto di una professione che, nonostante sia notevolmente cambiata nel tempo, dovrebbe ancora fondarsi sulla dedizione e sull’umanita'. Chi elogia lo spirito della originale riforma che garanti' l’accesso alla sanita' a tutti i cittadini e residenti in Italia, ricordera' che per favorire il mantenimento di un rapporto diretto fra medico e paziente, a tutti fu concesso il diritto a scegliere il proprio medico di base che garantiva una prima forma di assistenza esterna al presidio ospedaliero, tecnicamente definito, intervento sanitario di primo livello. Al medico di base veniva pero' chiesta anche un'azione educativa e preventiva nei riguardi della salute dell'assistito. Si diventava medici di base iscrivendosi a graduatorie di anzianita' che tenevano conto del numero di pazienti presenti sul territorio e di un massimale oltre il quale si pensava che il medico non potesse svolgere in maniera attenta e soddisfacente il suo lavoro. Poi arrivo' il Titolo IV del D. Lgs. 368/99, modificato successivamente dal D. Lgs. 277/03 e venne imposto come requisito fondamentale ai nuovi medici di medicina generale il conseguimento del Diploma di specializzazione specifico in medicina generale. Tant’e' che dal 1995 il possesso di tale diploma costituisce un requisito necessario per l’iscrizione alla graduatoria unica regionale della medicina generale finalizzata all’accesso alle convenzioni con il SSN in qualita' di medico di Medicina Generale. Come si sa, la scelta resta libera e puo' avvenire nell'ambito del comune di residenza ovvero nel domicilio sanitario, cioe' in un luogo differente nel quale l'assistito dichiara di permanere per piu' di tre mesi l'anno, per motivi di studio, lavoro. Ed e' estesa anche ai cittadini ed equiparati ma anche agli extracomunitari regolarmente soggiornanti. Nel tempo pero', una serie di modifiche nell’organizzazione della medicina di base e di comunita', ha certamente determinato un tradimento del contratto fra medico e assistito, e oggi da piu' parte ci si chiede se la relazione e' ancora efficace e se il primo livello di asssitenza sanitaria, cosi' come organizzato nelle diverse regioni, sia riuscito a incidere i costi farmaceutici e ospedalieri. Temi di grande importanza per la Federazione Italiana di Medicina Generale che ha appena organizzato, in Toscana e in Umbria la seconda edizione della Festa del Medico di Famiglia, con un programma ricco di incontri tra i cittadini e i medici e il coinvolgimento attivo di farmacie e ambulatori. Lo scopo, infatti, non era quello di riproporre un anacronistico mito di una tipologia di medico ormai scomparso, ma per interrogarsi se, alla luce della crisi economica e della riduzione dei budget, sia possibile un miglior sfruttamento di tutte le risorse del sistema oltre a quelle ospedaliere, e per primo del medico di famiglia. Un recente sondaggio effettuato dall'Istituto Freni Ricerche di Marketing, presentato durante la Festa di Firenze, e avente a oggetto i "Comportamenti in materia di spese sanitarie davanti alla crisi economica" ha dimostrato che li' dove il rapporto fra i medici di famiglia e i cittadini e' positivo, quest’ultimi hanno modificato i loro comportamenti di spesa e consumo, spendendo meno in farmaci e visite specialistiche, con una contrazione che si attesta intorno all’11%. Mauro Ucci, vice segretario nazionale della Fimmg, ha percio' aggiunto che la spesa sanitaria puo' essere contratta solo favorendo questa relazione e puntando sul fatto che e' in crescita il numero delle donne medico di famiglia e cio' facilita il livello d’informazione del cittadino. Ben vengano quindi tante altre Feste del Medico di Famiglia in altre regioni perche' questi professionisti possano tornare a incontrare i cittadini non solo nel proprio ambulatorio ma anche per strada e nelle piazze.
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