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articolo aggiornato il: Wednesday 02 May 2012

 

 

Il valore simbolico della pelle

Nell’arte, nella musica e nella letteratura, la pelle puo' assumere valori simbolici. E nel cinema si assegna anche un oscar alla cute piu' bella e a quella piu' brutta 

di Giuseppe Tabasso, giornalista

Che la pelle sia strettamente legata all’aspetto esteriore al punto da farci scambiare i cattivi per buoni, ce lo ricorda gia' padre Dante nel descrivere (Inf. XVII, 10/12) il mostro Gerione: 
La faccia sua era faccia d’uom giusto
tanto benigna avea di fuor la pelle
e d’un serpente tutto l’altro fusto

D’altra parte a conferire alla nostra epidermide la nozione di “benigna” ma anche fallace e mistificatoria, concorre la stessa filologia con termini inequivocabili, come pellicio e pelliculatio (derivati latini della radice pellis), che significano appunto “trarre in inganno con lusinghe”. 
E di lusinghe la pelle non e' certo avara. Dal suo stato misuriamo la nostra forma fisica ed estetica. e' termometro delle nostre trasformazioni, specchio dei nostri cambiamenti, spia dei nostri trasalimenti. La contessa Castiglione abolisce gli specchi per abolire la presa d’atto di una metamorfosi, che Dorian Gray tenta invano di trasferirle su un ritratto. 
La pelle come metafora dell’eterna lotta della vita contro la morte, la pelle come nascita e rinascita, la pelle come identita'. Il pirandelliano Mattia Pascal tenta disperatamente di abbandonare la propria ma dovra' poi arrendersi dinanzi all’impossibilita' dell’operazione. Ma quella di “cambiare pelle”, di “squamarsi” per rigenerarsi rimane in fondo una delle piu' forti emozioni esistenziali, e non solo in senso traslato. 
Naturalmente la pelle e' anche tante altre cose. Anzi e' “la cosa”, l’elemento vitale: si pensi a come venga frequentemente associata al concetto stesso di vita: “salvare la pelle - rimetterci la pelle - vender cara la pelle”. Nel romanzo di Balzac, Pelle di zigrino, l’oggetto del titolo e' un talismano che esaudisce ogni desiderio ma che si accorcia ogni volta: insomma, un’immagine simbolica della vita e della sua ineluttabilita'.
Se e' vero che il nostro aspetto e gli strumenti stessi con i quali ci circondiamo, orniamo e travestiamo devono suscitare reazioni e relazioni emotive, visive e olfattive, si capisce come all’epidermide e alle sue decorazioni si attribuiscano anche tanti richiami sessuali. Lo riprova la moda di aggiungere una seconda pelle alla propria e il rigoglio di pubblicazioni specializzate in tatuaggi, feticismi e abbigliamenti in pelle. 
Non a caso una delle piu' diffuse riviste americane del settore si chiama appunto Skintwo (Pelle due). Del resto la radice pel di peluis definisce un rivestimento o una buccia e ha molte connessioni morfologiche con l’area greca e con quella germanica (fell in tedesco indica pelle di animale, quella umana e' haut).
Da La pelle (1949) di Curzio Malaparte a classici della musica leggera come Under my skin resa celebre da Sinatra, si potrebbero scrivere dei saggi sulla pelle attraverso la letteratura, la pittura, la musica e il cinema. Non mancate, per inciso, di vedere il bellissimo film Fratelli per la pelle (Stuck on you) con Matt Damon e Greg Kinnear, scritto e diretto dai fratelli Bobby e Peter Farrelly: e' un sublime inno alla vita.
Esplorando Internet si scoprono poi siti come Dermatology in music (che cita - ma vallo a capire - See Seal, Bonnie Raitt e Jerry Garcia). Niente in confronto del divertente e irriverente sito “www.skinema.com” che nella sezione Dermatology in the cinema assegna perfino degli Oscar, gli Skinnies awards“, per onorare l’eccellenza epidermica: winners di quest’anno risultano Henry Potter e Charlize Teron. Il web gestisce anche un Celebrity skin archives, pubblica impietosi raffronti fotografici di attori da giovani e da maturi (Brigitte Bardot e Robert Redford) e offre una perfida lista di “scar-lets” cioe' di starlets afflitte da postumi di scarlattina (vi figurano Catherine Zeta-Jones, Sharon Stone e Sandra Bullock) oppure tormentate da lesioni cutanee (come Angelina Jolie, Audrey Tatou, Ludvine Sagnier). Ne sono sortite irritatissime proteste da parte delle interessate alle quali, comprensibilmente, la segnalazione ha fatto affiorare - e' il caso di dirlo - i nervi a fior di pelle.
In una lingua cosi' sintetica come l’inglese il termine skin, spesso composto, si presta a una grande pluralita' di significati. Nello slang americano, a esempio, sta per “preservativo”; “skin flick” per film porno; “skin game” per truffa; “skin pop” per inezione cutanea, non in vena, di droga; “skin diving” sta per nuoto subacqueo senza attrezzature; lo “skin beater” e' un batterista e chi ha fama d’essere spilorcio e' uno “skinflint”. 
Curiosamente, l’avarizia - e la preziosita' della pelle - hanno un singolare riscontro in un popolare proverbio piemontese: “A peleria una pules per pleje la grassa” (Scorticherebbe un pidocchio per aver la pelle), che ha riscontri anche in francese (Il ecorcherait un pou, pour en avoir la peau), in tedesco (Er schindet die Laus del Balges wegen) e in inglese (He woul skin a louse for the tallow of it).
Ma, come sappiamo, sulla pelle o, per meglio dire, sul suo colore risulta ancora aperto un problema politico, quello del razzismo, i cui toni erano accesissimi appena qualche decennio fa. “Se siete nati in America con la pelle nera, siete nati in prigione” proclamava nel 1963 il leader antisegregazionista Malcom X. 
E molto prima di lui il leggendario Toro seduto si chiedeva: “Ma quale legge ho infranto? Mi combattono perche' amo la mia terra? Perche' ho la pelle rossa?”
La casistica e' sterminata ma oggi, per fortuna, i toni - almeno in fatto di pelle - si sono decisamente abbassati e siamo ormai vicini ad ottimi livelli di tolleranza reciproca e di accettazione della diversita'. Anche perche', come si legge nelle bibliche lamentazioni di Geremia: “Puo' l’etiope cambiare la sua pelle o il leopardo le sue macchie?”



 

 



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