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Se il medico si difende dal paziente
Da piu' parti s'imputa a un nuovo clima di sfiducia che caratterizza il
rapporto fra medico e paziente i motivi alla base della cosiddetta medicina
difensiva
di Giorgio Bartolomucci
E' ancora valido il tradizionale modello per cui un soggetto che
si sottopone alle cure di un medico si definisce paziente? La spiegazione di
questo termine sta nel fatto che nell'antichita' a chi era affetto da una
malattia e chiedeva aiuto si chiedeva di accettare con serenita', avversita' e
contrattempi, e soprattutto di saper attendere e subire gli interventi, spesso
cruenti, senza insofferenza e nervosismo. Tutto a causa di un'ignoranza che dava
al medico un potere taumaturgico quasi magico e, in quanto tale, indiscutibile.
Inoltre, nei secoli, una cultura cristiana e soprattutto cattolica della
sofferenza, intesa come sacrificio che avvicina a Dio, ha continuato a
riproporre un modello relazionale al cui interno il medico era visto, sia nella
guarigione che nell'insuccesso terapeutico, come strumento della volonta'
divina. Di conseguenza poco discutibile, assoluto giudice del suo operato in
nome di una rivendicata autonomia professionale. Negli anni ‘70 le cose
cominciano a cambiare con la pubblicazione del primo vero studio sugli errori
medici, le loro conseguenze sulla salute dei pazienti e i costi dell'assistenza
(Bernzweig 1973), un tema che diventa presto oggetto di ulteriori ricerche fino
ad attrarre l'attenzione del grande pubblico. Nasce una sorta di circolo vizioso
che vede nascere e affermarsi nuovi concetti: consenso informato, malpractice,
conflitto giudiziale, risarcimento, risk management, copertura assicurativa, e
fenomeni che s'intersecano e si rinforzano reciprocamente. Inoltre i pazienti,
approfittando di una maggiore divulgazione medico scientifica, a stampa e sulle
tante nuove Televisioni private, ma soprattutto dello sviluppo di nuove
tecnologie di comunicazione quali la rete internet, iniziano a liberarsi della
propria ignoranza, s'informano di piu' e non subiscono piu' passivamente le
decisioni dei medici. Basta il sospetto che abbiano sbagliato a far partire
una denuncia - spesso su pressione di avvocati e periti senza scrupoli - che i
giornali amplificano rinforzando nella pubblica opinione la questione
dell'errore medico, diventando un incentivo a ulteriori ricorsi ai tribunali per
richieste di risarcimenti sempre piu' cospicui. Le compagnie di assicurazione
innalzano i premi da pagare, in riferimento alle statistiche pubblicate sulle
specialita' piu' a rischio di errori e conflittualita'. Nascono le prime
Associazioni che offrono arbitrati su contenziosi di natura sanitaria e altre
che si propongono di difendere i medici dall'attacco di sempre piu' agguerrite
associazioni di consumatori. Essere chiamati in tribunale a rispondere a
un'accusa di malpractice ha evidenti conseguenze per il medico sotto il profilo
professionale, economico, morale e psicologico e inizia presto a diffondersi
nella categoria oltre che un'attitudine anche l'esigenza di ricorrere alla
cosiddetta medicina difensiva. Una sorta di atteggiamento cui il medico fa
riferimento ai fini delle decisioni diagnostiche e terapeutiche volte a tutelare
la sua integrita' professionale che sarebbe altrimenti messa a rischio e
talvolta compromessa dall'apparizione in Tribunale. Che puo' essere conscio o
inconscio, come una sorta di reazione consolidatasi nel tempo in risposta agli
stimoli che provengono dai media e dall'esperienza personale e altrui. Da alcune
ricerche, poi, risulta che l'ansia intervenuta a seguito della chiamata in
giudizio perdura nel tempo anche dopo che il procedimento si e' concluso e tra
il 20 e il 40% dei medici riporta un calo dell'autostima e sintomi di
depressione, rabbia, fatica e irritabilita'. Il rapporto fiduciario
medico-paziente ne soffre e quest'ultimo viene spesso vissuto come un potenziale
antagonista, tanto che nel rapporto di cura s'innestano comportamenti
caratterizzati da accondiscendenza e orientati alla prudenza. Il modello
prescrittivo, ovvero l'insieme delle azioni cliniche decise dal medico nel corso
di una visita, sia in termini qualitativi che quantitativi (esami, accertamenti,
visite specialistiche, farmaci) cambia alla luce della paura di una lite
giudiziaria. Aumentano coś anche i costi, specie per la diagnostica, sia per i
pazienti che per la sanita' pubblica, e si aggrava il funzionamento dei servizi,
tanto che per alcuni paesi la medicina difensiva diventa un problema di politica
pubblica nell'ambito della gestione e del controllo della spesa sanitaria. Un
famoso studio nordamericano (OTA?1994) segnala che gia' nel 1975, agli inizi del
fenomeno, nel paese si spendevano oltre 7 miliardi di dollari per la medicina
difensiva. C'e' anche qualche voce fuori dal coro, secondo cui non bisogna del
tutto sottostimare gli effetti positivi che conseguono a questo fenomeno: in
primo luogo il miglioramento della qualita' delle diagnosi e delle prestazioni,
con una conseguente riduzione dei costi finali. Difficile esprimere una
valutazione di questa posizione in assenza di ampi studi in grado di misurare le
conseguenze della medicina difensiva, riuscendo a distinguere i molteplici
aspetti in cui essa si articola, a partire dalla percezione e dal vissuto
dell'errore medico da parte della popolazione, forse la causa principale per cui
s'intraprende un'azione giudiziaria e da cui si sviluppa il clima che spinge a
praticare la medicina difensiva.
L'Ordine dei Medici di Roma studia il fenomeno
Nella quasi assoluta mancanza di studi in grado di dare un quadro qualitativo e
quantitativo dei costi e delle conseguenze legati a comportamenti difensivi da
parte della classe medica, importante il contributo che viene dall'Ordine
Provinciale dei Medici e degli Odontoiatri di Roma. In uno studio realizzato da
un gruppo di lavoro coordinato dal Presidente Mario Falconi, si cerca di dare
una prima risposta a interrogativi quali: a quanto ammontano realmente e nella
loro globalita' i danni, le conseguenze economiche, organizzative, sanitarie e
professionali per i cittadini e per i medici, e soprattutto quanto costano
direttamente alla sanita' pubblica? Per andare oltre all'indeterminatezza dei
calcoli e delle opinioni, si e' realizzata una ricerca che, affrontando il tema
col rigore del metodo scientifico, getta una prima luce sull'argomento. ''Non
sono in gioco - dice Falconi nella presentazione dei risultati dello studio -
solo i danari, quelli dei medici o dei servizi sanitari o delle imprese, ma la
salute dei cittadini, l'economia della sanita' pubblica, l'identita', l'immagine
e il ruolo della professione medica''. Volutamente, nella presentazione dei
risultati della ricerca si evita di esprimere giudizi e identificare
responsabilita', ricorrendo invece ai dati offerti come una base di riflessione
per i policy makers e gli addetti ai lavori. Lo studio si presenta quindi come
uno strumento rigoroso di conoscenza e dibattito indispensabile per costruire
processi virtuosi, funzionali al corretto esercizio della professione medica e
alla piena tutela della salute dei cittadini.
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