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articolo aggiornato il: Wednesday 02 May 2012

 

 

Chi fa ricerca guardi al sud

Il Meridione, per decenni sede di grandi industrie farmaceutiche, oggi risente della crisi e mostra la fragilità delle sue infrastrutture e del sistema finanziario 

di Lawrence Bartolomucci

Per tre giorni, a fine novembre, Napoli è tornata a essere la capitale dell’Industria Farmaceutica italiana. L’occasione è stata fornita dalla seconda edizione di Pharmexpo, uno spazio d'incontro tra le imprese produttrici di articoli sanitari, farmaceutici, cosmetici, dietetici, le farmacie e le aziende di servizi. Nelle discussioni e dai seminari è però emerso un grave allarme: il settore è in grave difficoltà a causa di una serie concomitante di eventi: dalla recessione globale ai problemi cronici con l'amministrazione pubblica in Italia. In più, la scadenza di una lunga serie di brevetti sui farmaci, con l’entrata repentina sul mercato di generici equivalenti, sta provocando la riduzione dei fatturati che spesso supera il 20%. Ciò determina che nell'industria farmaceutica si verificano riorganizzazioni, ristrutturazioni, tagli di personale. A farne le spese sono le aree più deboli del nostro paese, in particolare le regioni del Sud, quelle che per anni – fin quando a pagare gli investimenti era la Cassa del Mezzogiorno - avevano attratto le grandi case farmaceutiche interessate ad agevolazioni e incentivi. Gruppi mondiali come Sanofi Aventis con 2 impianti a L'Aquila e Brindisi, Serono Merck a Bari, Novartis nel Napoletano e Wyeth Lederle a Catania. Venuto meno l'intervento straordinario, la situazione si sta infatti ribaltando tanto che il Sud viene considerato antieconomico ed è cominciato il disimpegno: produzioni vengono chiuse, altre trasferite nei paesi dove esistono ancora incentivi, altre ancora in aree a più basso costo del lavoro. Da un recente rapporto di Farmindustria risulta che in Campania esistono quattro stabilimenti produttivi di specialità mediche, uno in Puglia e due in Sicilia. Niente in Calabria, Basilicata e Molise, a fronte dei 20 operanti nel Lazio, i 45 in Lombardia, i 14 in Toscana, gli 8 in Emilia e Romagna e i 6 in Veneto. Per spiegare questa situazione, che è certamente aggravata dalla fragilità delle infrastrutture e del sistema economico finanziario, si dovrebbe ricorrere al dibattito infinito sulla questione meridionale e sul mancato sviluppo industriale delle regioni del Sud che, come abbiamo visto, coinvolge anche il campo farmaceutico. Temi che hanno visto scorrere – purtroppo inutilmente - fiumi d’inchiostro e l’organizzazione di innumerevoli dibattiti e congressi. Sfogliando alcuni di quei discorsi, si legge che per molti studiosi il Sud è stato sempre gestito con impronta paternalistica e autoritaria e che ciò può essere considerata una delle cause principali del suo sottosviluppo. Oppure che questo territorio non è stato quasi mai gestito secondo i criteri dell’economia, ma secondo criteri politici di creazione e di mantenimento del sottosviluppo. Paradossalmente, tutte le azioni di cosiddetto "sostegno" al sottosviluppo si sarebbero rivelate in realtà azioni che hanno creato e sostenuto il sottosviluppo. In altre parole, le tante azioni assistenziali contribuirebbero a uccidere il mercato e alimentare il sottosviluppo, creando l’impressione che il mercato non sia capace di dare uno sviluppo stabile al Sud. Una interessante teoria, anzi afferma, che nel Sud Italia il sottosviluppo sarebbe dovuto all’aver voluto obbligatoriamente produrre – tramite interventi straordinari - uno sviluppo basato sulla industrializzazione, senza tener conto che l’industria in una libera economia si distribuisce secondo un modello gravitazionale polarizzato, che in Italia e in Europa ha il centro-baricentro nel Nord, molto lontano quindi dal meridione. Questa distorsione avrebbe avvalorato l’ideologia secondo cui l’industria sarebbe l’unica capace di dare sviluppo, a scapito d’altri due settori, agricoltura e servizi, in particolare il turismo, e, di fatto, il modo in cui in Italia si è mantenuto e si mantiene il sottosviluppo al Sud. A dimostrazione ci sarebbe la chiusura di tutta l’industria in eccesso creata artificialmente, con industrie che cadono in difficoltà e politiche d’assistenza che impediscono la selettiva azione del mercato. Inoltre non va ignorato che la piccola e media impresa ha preso poco vantaggio di questa situazione d‘incentivi. In altre parole, secondo questa scuola di pensiero politico, l’aver spinto fin dal Piano Vanoni degli anni ’50, unicamente sull’industrializzazione del Sud, ha determinato quasi prevalentemente una economia assistita, garantendo il permanere di un forte controllo politico. Oggi che molti degli impianti, costruiti quasi tutti a carico dei contributi dello Stato, non riescono a sostenere un adeguamento tecnologico che non è più finanziabile, mostrano la loro inefficienza e rischiano di fallire. Per cui la questione meridionale oggi sarebbe quasi uguale a quella di due secoli fa: la povertà di queste regioni è lo strumento per continuare a controllarle. Una visione più economica, aggiunge che il livello d’industrializzazione è collegato al grado d’infrastrutturazione del territorio: tant’è che l’indice generale delle infrastrutture economiche mostra per il Nord un valore al di sopra della media nazionale (Italia = 100) pari a 120,89 e 111,78 rispettivamente per il Nord Ovest e per il Nord Est, mentre nel Sud il valore risulta pari a 73,94. Una conferma sono le difficoltà che affligono la costruzione di una moderna autostrada, fra Salerno e Reggio Calabria, che avvicinando il Sud ne faciliti la vocazione industriale. A ciò si aggiunga l’affermarsi di quelle forme oscure di contropotere identificabili nelle diverse mafie, vero motivo del sottosviluppo delle regioni meridionali. Quanto detto non può non condizionare anche la ricordata situazione di difficoltà in cui versa il settore produttivo e di ricerca farmaceutica nel nostro Sud, risente in maniera particolare della presenza di una bassa percentuale di aziende quotate in borsa, e di una prevalenza di piccole aziende locali a titolarità familiare. Che però, proprio per la maggiore difficoltà ad accedere a incentivi e aiuti economici, sono spesso abituate a rimboccarsi le maniche e a lottare, contraddicendo, concretamente, il luogo comune per cui i meridionali non avrebbero voglia e fantasia di lavorare.

 

 


 



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