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articolo aggiornato il: Wednesday 02 May 2012

 

 

Come comunicare la scienza

Un saggio spiega perche' sia sbagliato ritenere che la divulgazione ha sempre bisogno di un processo di semplificazione

Di Giorgio Bartolomucci

Quando s’inizia a scrivere la recensione del libro di un caro amico c’e' sempre il timore di venir influenzati dall’affetto che si nutre per lui. Ho letto quindi il volume “Sui generis”, scritto da Pino Donghi, persona cui mi lega una lontana amicizia e collaborazione professionale, cercando di essere il piu' possibile obiettivo. Ne e' venuta fuori una lettura interessante e gradevole che mi ha stimolato tante riflessioni sulla necessita' riformulare molte delle nostre convinzioni e degli atteggiamenti a riguardo della comunicazione e divulgazione scientifica. Il saggio, che si legge con gusto e sorprendente facilita', porta avanti alcune posizioni ideologiche di Donghi che, polemiche con un certo modo di parlare della scienza, non solo costituiscono un’ottima base per un confronto non sterile ma hanno anche il valore di un metaforico schiaffo dato a chi afferma che la scienza sia troppo difficile per essere capita da tutti, se non attraverso un processo di semplificazione da loro condotto. Secondo l’Autore, infatti, il punto qualificante di un’originale strategia per la trasmissione e diffusione della cultura scientifica passa per la messa in discussione di alcuni dei paradigmi tutt’ora dominanti e che sembrano regolarne l’accesso in maniera indiscutibile. Per esempio il paradigma della divulgazione: la scienza e' difficile e per questo va spiegata, didatticamente scomposta e tradotta in un linguaggio accessibile al grande pubblico. La maggior parte delle trasmissioni TV e dei dibattiti scientifici aperti al pubblico si fondano su questa assunzione. Secondo mito da sfatare: il paradigma dell’astrattezza: mentre la natura e' immagine per eccellenza, la scienza sarebbe diagramma, formulazione matematica, liofilizzazione concettuale che esclude qualsivoglia coinvolgimento passionale. Come se gli scienziati non portassero con se emozioni, passioni, invidie, frustrazioni ecc. che possono influire sulla loro attivita'. Terzo, il paradigma della certezza: l’immagine pubblica della scienza, ripresa e amplificata dai media, e' quella di una disciplina che consegna certezze indiscutibile, risultati tanto veri quanto replicabili e percio' ritenuti validi. Sulla scienza non e' dato discutere, tanto piu' dai comuni mortali. Per finire, il paradigma della scapigliatura: i personaggi della scienza sono tali per la disordinata genialita' e sregolatezza della loro immagine pubblica. Le figure di scienziato che possono interessare il grande pubblico sono menti tanto meravigliose quanto psicologicamente sconnesse, distanti dall’esperienza dell’uomo comune. Lo scienziato che invece spende la vita lavorando quotidianamente e con paziente umilta' nel suo laboratorio non fa notizia, se non dopo la scoperta di qualcosa di eccezionale.Mettere in discussione questi e altri conseguenti paradigmi non risponderebbe - secondo Donghi - a una pregiudiziale di legittimita': la scienza come spiegazione e traduzione didattica dei suoi contenuti, come disciplina non opinabile, come illustrazione di vite esemplari quanto bizzarre, la sua omologazione – questa si' un po' troppo forzata – all’immagine della natura benigna o matrigna e' gia' sufficientemente rappresentata dall’attuale proposta di intrattenimento televisivo: Superquark, la Macchina del tempo, Sfera, Geo & Geo tengono le posizioni piu' che egregiamente, svolgendo un compito giustamente premiato dagli indici di gradimento e anche di ascolto. Per Donghi pero' rimarrebbero a disposizione opportunita' di comunicazione diverse da sviluppare a partire da una indagine sullo specifico linguaggio della scienza, dall’analisi delle sue strategie operative, dall’inerente problematicita' delle sue scoperte e dei suoi risultati che oggi, molto piu' che in passato, consegnano alla decisione politica strategie potenzialmente contraddittorie. Per cominciare si puo' passare dal paradigma della certezza alla sfida del dubbio: ovvero tutto cio' che c’e' di controverso nella scienza. La Terra si sta effettivamente riscaldando? Questo fenomeno dipende dall’emissione di gas e in genere dall’inquinamento prodotto dalle attivita' dell’uomo? e' scientifico o no il principio di precauzione? Gli organismi geneticamente modificati riducono di fatto la biodiversita'? e' veramente utile procedere a uno screening mammografico di massa? Secondo Donghi le controversie sui piu' clamorosi dati ambientali sono il paradigma, questo si', di un’intrinseca “incertezza” del dato scientifico. Il termine controversia e' tipicamente scientifico e mai come in questo periodo i risultati della scienza si prestano alla controversa interpretazione dei dati: non dell’interpretazione politica, della traduzione in “policies”, in “governance” ma proprio delle diverse possibili letture scientifiche del medesimo risultato. Non passa mese senza che “Nature” o “Science” non siano costrette a ritornare su articoli gia' pubblicati ospitando le diverse valutazioni di gruppi di scienziati che non contestano le decisioni politiche ma il protocollo sperimentale, l’accuratezza delle procedure di verifica, l’interpretazione squisitamente tecnica dei dati. Serve solo a un certo tipo di televisione contrapporre scienziati ed ecologisti, politici e gruppi di pressione, mentre potrebbe essere piu' illuminante spiegare le ragioni che dividono gli scienziati tra di loro, perche' cio' non solo facilita l’impresa di conoscenza ma anzi ne nobilita culturalmente la natura di sfida contro il poco noto, l’incerto, il complesso. Altro suggerimento: passare dal paradigma dell’astrattezza all’espressione del turbamento. Per Donghi, l’astratto non autorizzerebbe spiegazioni, non concede coinvolgimenti, semmai produce impressioni, regala emozioni, coinvolge e respinge, incuriosisce o conferma indifferenza. Osservare per esempio un’immagine sullo schermo, un’immagine scientifica di quelle folgoranti per bellezza: forme, colori, contrasti, puo' essere emozionante. Un cristallo di silicio come lo sguardo ineffabile di un ghepardo; l’assone sfilacciato di una connessione neuronale come lo sfolgorio della luce di una citta' vista dall’oblo' di un aereo in atterraggio. L’immagine, volendo anche animata, si forma, prende forma, si definisce con lo scorrere dei secondi, lo sguardo cerca di percepirne il significato giocando con le attribuzioni, cosi' come si fa, a volte, guardando le nuvole. Le immagini creano inevitabilmente una impressione, una suggestione, un ricordo e, quindi, anche se non si tratta di una divulgazione ma di una sorpresa estetica, una sospensione percettiva, si puo' creare un mini-effetto speciale, regalato agli spettatori dalla ricerca scientifica. Ancora: dal paradigma scapigliato all’elogio della normalita'. Ovvero il viaggio alla scoperta della normalita' della scienza: sono tanti ed eccellenti i centri dove, sia pure faticosamente, con poche risorse, senza appoggi e finanziamenti si fa dell’importante ricerca di alto livello. Eppure non esiste una mappa della ricerca in Italia, un percorso che faccia parlare i responsabili e i ricercatori, i giovani dottorandi e i capi progetto. La ricerca scientifica nella normalita' professionale, non per sminuirne il fascino ma per nobilitarne la quotidianita'. Un censimento dell’ordinaria eccellenza del lavoro di ricerca come guida e stimolo per il reclutamento degli scienziati di domani. Per ultimo: dal paradigma della divulgazione alla sfida dell’immediatezza. La scienza puo' anche non essere spiegata, divulgata. Non ha sempre bisogno della mediazione divulgatrice del testimonial autorevole. La garanzia di Piero Angela - nonche' dei suoi vari e diversamente fortunati epigoni - che si interpone sullo schermo tra il pubblico e il mondo della scienza, costruendo l’immagine di una scienza incapace di comunicarsi e di un pubblico inidoneo alla comprensione puo' essere abolita. I giovani che sembrano allontanarsi dallo studio delle materie scientifiche dovrebbero poter osservare, senza mediazioni e da vicino, lo scienziato, il laboratorio, le pratiche operative, l’esperimento, le voci, i rumori di chi vive di ricerca, di esperimenti. Conoscendo la scienza anche nella sua durezza, nelle sue difficolta', nello scambio di opinioni tra addetti. Diventando essi stessi divulgatori, traduttori, intercessori nei riguardi dell’ignoto (non nel senso banale del misterioso ma proprio di cio' che s’ignora). Come il regista Ronconi - ricorda Donghi - e' riuscito a mettere in scena l’astratto concetto di “infinito” in matematica per creare una novita' drammaturgica, quale migliore spettacolo se ai giovani fosse data la possibilita' di ascoltare dagli stessi scienziati cosa sarebbe accaduto se quella scoperta scientifica, apparentemente minima, non si fosse verificata e perche' invece si e' rivelata straordinaria e senza la quale il mondo non sarebbe quello che oggi conosciamo. Oppure se venissero messi di fronte alla realta' della “caccia dei soldi”, al fatto che la ricerca scientifica e biomedica vive di finanziamenti, pubblici e privati. A storie di successi e insuccessi, di finanziamenti a pioggia e di ricerche senza padrini, di soldi ben spesi o sprecati. La storia che ne trarrebbero e' che se i soldi non fanno la felicita' spesso non producono neanche della buona scienza. Di cui non vale la pena di parlare...neanche male. 
sui generis Sui Generis  

Semiologo di formazione, Pino Donghi e' Segretario Generale della Fondazione Sigma Tau e docente di Modelli Psicosociali della Comunicazione della Scienza presso l’Universita' di Bergamo. L’opera “Sui Generis - Temi e riflessioni sulla comunicazione della scienza” (2006 - 14 euro) e' pubblicata da Editori Laterza, nella collana Percorsi. Nel testo, corredato da numerosi esempi, si analizza il rapporto esistente tra i vari generi e la comunicazione scientifica, oggetto di attenzione di un pubblico sempre piu' vasto rispetto alle vecchie ristrette e'lite culturali. Gli effetti di una scoperta scientifica possono ripercuotersi sul mercato borsistico, scatenare reazioni e dibattiti politici, stimolare confronti etici, dalla procreazione assistita al testamento biologico. La comunicazione della scienza assume percio' un ruolo ancora piu' problematico, in ballo fra estrema specializzazione e necessita' di una maggiore comprensione. Nelle pagine del volume Donghi analizza le possibili strategie utili a rendere la scienza, non solo piu' comprensibile, ma piu' accessibile al pubblico dei non specialisti. 


 

 



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