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UNA MACCHIA SULLO SCUDETTO
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I giocatori di calcio rappresentano i nuovi idoli di intere
generazioni. Fama soldi e successo, ottenuti in maniera rapida e quasi
sempre in giovanissima eta'. Nuovi eroi che perdono e vincono le sfide
che ogni domenica si rinnovano negli stadi in nome di valori che nella
loro semplicita' sembrano riempire gli spazi lasciati vuoti dalla
solidarieta', dalla fede e dalla partecipazione politica. Ma attenzione
a lanciare mode che possono essere fonte di emulazione e di pericolo
Chi scrive e' un tifoso che da anni aspettava di rivivere
l'emozione di uno scudetto. Fino all'ultimo minuto dell'ultima partita
dell'Olimpico, insieme ai miei figli e agli amici piu' cari abbiamo
fatto scongiuri e aderito a tutti i riti scaramantici che avrebbero
dovuto proteggere la nostra squadra dal colpo d'ala di una sfortuna che
il romanista sente sempre tragicamente in agguato. Una jella che avrebbe
avuto il sapore della beffa dopo un campionato condotto da protagonista
e che solo nelle ultime settimane si era rianimato per il tentativo
finale di Juventus e Lazio di rimettere tutto in discussione. Il fischio
finale e poi la cronaca di una festa che tutti sognavano da mesi ma che
nessuno avrebbe mai avuto modo di immaginare: un milione di persone per
le strade della capitale, una gioia incontenibile e difficilmente
spiegabile nel contesto di un gioco che annualmente proclama un campione
e che, tutti dicono, e' sempre piu' un business e questione di soldi.
Pianti, felicita', cori, salti, che hanno accomunato per giorni e giorni
un popolo e una citta' che migliaia di bandiere e di striscioni hanno
tinto di giallorosso, per la curiosita' e la sopresa di quei turisti che
hanno avuto la sorte (e la fortuna) di trovarsi qui dopo il 17 di
giugno.
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A Roma non si era mai vista una partecipazione popolare
cosi' ampia e spontanea, ne' ai tempi d'oro della politica e del
sindacato, ne' quando i giovani lottavano per la loro rivoluzione,
contro il nucleare o per il Vietnam. Crisi dei valori forti, della
politica e della partecipazione, prevalenza dell'effimero, del vuoto,
del disimpegno? Una invasione e una manifestazione di gioia collettiva
che fara' discutere a lungo i sociologhi interessati a capire i fenomeni
sociali che coinvolgono le masse, ma che non puo' spiegarsi perche' e'
una questione di pelle, di cuore e di anima. E di colore per le strade:
tantissime le persone con i capelli tinti, le facce divise a meta' di
giallo e di rosso, le parrucche posticce e le corazze da gladiatore, il
simbolo che quest'anno il tifoso ha scelto per indicare la
determinazione della squadra nella ricerca della vittoria. Come per una
drammatica sfida all'ultimo sangue in cui non e' importante partecipare,
ma vincere per sopravvivere. Una scelta che ha caricato di significato
tutto il campionato della Roma, decisa a vendicare la vittoria dell'anno
precedente da parte dei cugini laziali e per riaffermare una supremazia
cittadina che mancava da diversi anni.
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Ma e' proprio sul simbolo del
gladiatore che la mia gioia di romanista ha vacillato, registrando un
piccolo incidente di percorso nel comportamento del piu' importante e
ammirato componente della squadra: Francesco Totti. Venticinquenne, gioca con la Roma da quando aveva
sedici anni e ne e' il capitano indiscusso. I giovani della capitale ne
studiano le mosse, i vestiti, i modi di dire. Lo imitano nella
capigliatura e se ne infischiano delle caricature televisive che lo
fanno apparire ignorante e poco fine. Totti e' "Romano de
Roma", il "bimbo de oro", "l'ottavo re", il
poster da affiggere sul muro e la bandiera da difendere a ogni costo. In
un'intervista all'inizio del campionato, il "simbolo de Roma e
della Romanita'", aveva affermato che in caso di vittoria si
sarebbe tinto meta' rosso e meta' giallo.
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TATUAGGI MINORENNI
La preoccupazione espressa in quest'articolo assume maggiore rilevanza alla luce della recente sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Vicenza nei riguardi del tatuatore Pier Luigi Sciviero accusato di lesioni personali dai genitori di una quattordicenne. La
ragazza si era fatta tatuare a piu' riprese sull'ombelico, sull'inguine, su una natica e si era fatto applicare un piercing sulla lingua, con lesioni che, seppure lievissime, secondo l'accusa sarebbero state guaribili in almeno 20 giorni. Il giudice ha considerato non punibile il comportamento del titolare del laboratorio di tatuaggi in quanto ha riconosciuto sufficiente il consenso preventivo agli interventi dato dall'adolescente.
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Una promessa innocente fatta certamente per sconfiggere
la scaramanzia ma che tanti ragazzi non hanno dimenticato e in questi
giorni hanno messo praticamente in atto. Il problema e' che all'inizio
di quest'anno "Tottigol", probabilmente dopo aver visto il
film "Il gladiatore" di Ridley Scott, ha alzato la posta
dichiarando ai suoi tifosi: "se vinciamo mi faccio tatuare un
gladiatore sulla spalla". E da uomo di parola cosi' ha fatto. Due
giorni dopo lo scudetto, i giornali hanno raccontato della sua paura
dell'ago ma anche del grande coraggio mostrato nel mantenere la
promessa. Nelle foto rubate durante la sua vacanza esclusiva in
Sardegna, sul braccio destro di Totti e' ben visibile "l'opera
d'arte" tanto desiderata, mentre il sinistro si stringe attorno al
corpo abbronzato di una giovanissima star televisiva: che come ex di un
giocatore juventino assume metaforicamente il valore di preda di guerra.
C'e' tutto per suscitare nell'immaginario di ogni ragazzo tante
emozioni: l'eroe vittorioso alla fine della drammatica sfida compie il
sacrificio dovuto e riceve il suo premio meritato. Ma perche' proprio un
tatuaggio?
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Perche' proporre questa scelta, molto privata, come prova
di coraggio e forma di ringraziamento per l'alloro conquistato? Totti e'
un adulto e avrebbe potuto farsi tatuare qualsiasi cosa e in qualsiasi
momento: perche' legare questa decisione, che tanti giovani stanno gia'
emulando, a un momento di gioia cosi' esaltante e coinvolgente? Abbiamo
chiesto il parere a un dermatologo, il prof. Sergio Chimenti,
notoriamente romanista e membro di un ristretto nucleo di cinquanta soci
sostenitori della Roma. e' apparso meno colpito di me da questo fatto
pur rammentando che la pratica del tatuaggio va fatta sempre in ambienti
che garantiscano l'igiene, la sterilizzazione degli strumenti e la
capacita' del tatuatore.
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Probabilmente sono un tifoso atipico che nell'euforia
della vittoria della propria squadra si perde a guardare una piccola
sbavatura che non puo' ridurre la grande gioia vissuta. Mi passera'.
Certamente avrei preferito che Totti si fosse semplicemente colorato i
capelli o avesse promesso di regalare una giornata del suo salario a
favore di qualcuno piu' sfortunato invitando i suoi ammiratori a fare
altrettanto. Peraltro il capitano romanista non e' l'unico giocatore a
essersi fatto tatuare, una pratica diffusissima nella categoria, e non
sara' nemmeno l'ultimo. Eppure per me questa rimarra' una spiacevole
macchia su uno scudetto favoloso e meritatissimo. (G.B.)
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