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articolo aggiornato il: Tuesday 13 December 2011

 

 

Violenza sulle donne: abusi e percosse

L'ISTAT e del Ministero delle Pari Opportunita' esplora il mondo delle violenze subite dalle donne all'interno delle mura domestiche troppo spesso neanche denunciate

di Antonella Ammendola

Che le donne fossero vittime, da tempo immemorabile, di violenze e soprusi di ogni genere e' argomento noto a tutti. Che lo siano ancora oggi, in misura massiccia, in una societa' civile ed evoluta come la nostra puo' solo indignare. Eppure, nel nostro paese, come del resto in tutto il mondo occidentale, le donne hanno l'aria di essere dominatrici del proprio destino e inseguono obiettivi ambiziosi nella carriera lavorativa, negli affetti e nel tempo libero. Proiettano attorno a se' un'aura di progresso e modernita' ma i rilevamenti dell'Istat riguardanti la violenza sulle donne, al contrario, sollevano il velo su una realta' che di moderno e progredito ha ben poco. Sono dati che ci rispediscono in un soffio nel piu' cupo Medioevo. Nel 2006, in Italia, sono state stimate in 6 milioni e 743mila (vale a dire il 31,9% del totale), le donne di eta' compresa tra i 16 e i 70 anni che hanno subito, almeno una volta nel corso della vita, violenza fisica oppure sessuale. Un milione e 150mila quelle che avrebbero patito una violenza nell'ultimo anno, con atti che vanno dallo stupro vero e proprio alla molestia fisica e alle percosse. La vera sorpresa, tuttavia, non e' la quantita' di crimini esercitati contro le donne ma la loro origine, la provenienza. Le percosse e gli stupri sono perpetrati in buona misura da partner (14,3%) o ex partner (17,3%). Non si tratta di energumeni che sbucano da angoli bui, bruti che agiscono all'improvviso aggredendo malcapitate di passaggio. La violenza contro le donne si consuma prevalentemente tra le mura domestiche. Sono i mariti, i padri, i fidanzati a compiere atti di violenza, spesso reiterati nel tempo. Si tratta di un fenomeno che non conosce confini culturali o economici: vittime e carnefici appartengono a tutte le classi sociali. Grosse difficolta', pero', si parano di fronte a chi cerca di mettere in atto politiche di prevenzione e di repressione. La violenza domestica e' quella piu' sommersa. Il 95% degli abusi subiti dalle donne non viene denunciato, addirittura un terzo delle vittime non ne parla con nessuno. L'Istat, in collaborazione con il Ministero per le Pari Opportunita' e con il finanziamento del Fondo Sociale Europeo, ha condotto questa indagine su un campione di 25.000 donne. Uno studio molto circostanziato e decisamente all'avanguardia per quanto riguarda le metodologie. Una task force di intervistatrici telefoniche e' stata appositamente addestrata per trattare questo argomento tanto delicato. Molte le donne contattate che hanno confidato, per la prima volta in questa occasione, di essere vittime di abusi. Se questa e' la fotografia del fenomeno in Italia, studi paralleli sviluppati nelle piu' disparate porzioni del mondo, sia che provengano da istituzioni governative o da associazioni private, conducono tutti al medesimo risultato. La violenza contro le donne e' un fattore endemico. Coinvolge i paesi industrializzati come quelli del terzo mondo. Nella avanzatissima Svezia, che amiamo immaginare popolata da uomini algidi e fin troppo pacati, alcuni anni addietro la parlamentare europea Marianne Eriksson ha dichiarato ''ogni dieci giorni muore una donna in seguito agli abusi subiti da un familiare'' e la situazione non e' migliore in Gran Bretagna o negli Stati Uniti dove ogni 15 secondi viene aggredita una donna. Nei paesi in via di sviluppo la situazione e', se possibile, ancora piu' tragica: i flussi migratori verso i paesi industrializzati hanno esportato in Occidente la terribile pratica delle mutilazioni genitali femminili, tipica di alcune zone dell'Africa. Si tratta di veri e propri interventi chirurgici con i quali viene asportato il clitoride oppure cucite le grandi labbra. Sono effettuati spesso in casa, in condizioni igienico sanitarie a dir poco precarie, su bambine in tenera eta' che ne subiranno le conseguenze, sia in ambito sessuale che riproduttivo, per tutta la vita (se hanno la fortuna di sopravvivere alle infezioni che spesso insorgono in seguito a tali interventi). Cambiando continente constatiamo che nessuna legge impedisce, in alcuni regioni del Medio Oriente, che una bimba di 8 anni possa essere data in sposa a uomini in tarda eta'. In India, Pakistan, Bangladesh e paesi limitrofi viene praticata una forma particolarmente raccapricciante di violenza contro le donne: lo sfregio permanente del volto con acido. Un pretendente respinto o un marito abbandonato si sente in diritto di cancellare il viso, di rendere mostruosa per il resto della sua vita una donna colpevole di presunte infedelta' o del semplice rifiuto di una avance. Le autorita' tollerano, e in molti casi giustificano, questo cosiddetto crimine d'onore. Ma dove va ricercata l'origine di un fenomeno che percorre trasversalmente l'intero pianeta, qual e' la radice della plurisecolare prevaricazione dell'uomo sulla donna? Secondo alcuni studiosi si tratterebbe di una tendenza ancestrale che si forma addirittura nel neolitico, quando l'uomo prende coscienza del proprio ruolo nel concepimento di una nuova vita. Bizzarro a dirsi ma, fino a quel momento, la gravidanza di una donna non era considerata la diretta conseguenza dell'atto sessuale, benś un fatto naturale dovuto al caso, per cui i figli venivano cresciuti tutti insieme all'interno della tribu'. La comprensione del meccanismo riproduttivo fa si che nell'uomo si sviluppi un senso del possesso che lo induce ad affermare concetti come: ''la mia donna'', ''mio figlio'', mettendo in atto forme di protezione del proprio nucleo familiare. Da qui la suddivisione dei ruoli, la tendenza a delegare alla donna la cura della casa e della prole, mentre l'uomo si occupava di procacciare i mezzi di sostentamento, con la conseguente dipendenza economica della donna. Nel corso dei secoli questa tendenza si e' trasformata in una sudditanza sempre piu' marcata della donna nei confronti dell'uomo, sudditanza che si e' radicata tenacemente nelle varie culture ed e' stata codificata e legittimata anche da molte religioni. Tentare di arginare la violenza sulla donna e raggiungere la pari dignita' tra i sessi significa scardinare una mentalita' tanto diffusa e tanto antica, che e' degenerata in violenza e oppressione. Il cammino non rara' ne' semplice ne' breve.

Spagna: un laboratorio sociale che si scaglia contro la violenza di genere
 La Spagna, da ormai qualche anno, sembra essere un laboratorio legislativo cui il nostro paese guarda con rispetto per attingere idee e nuovi modelli sociali. Un esempio che serve a ispirare norme e proposte di intervento dove ancora esprimiamo un certo ritardo. La ''legge integrale contro la violenza di genere'', adottata all'unanimita' dai deputati spagnoli nel dicembre 2004, potrebbe essere uno degli spunti piu' interessanti anche per ravvivare il dibattito che nel nostro Paese sembra languire. La norma ha aumentato le pene per lesioni e maltrattamenti da due a cinque anni e garantisce tempi di prescrizione e aiuti maggiori per le donne vittime di maltrattamenti. Un intervento reale e culturale che cerca di impostare un cambiamento in una mentalita' di un paese storicamente maschilista. Nelle strade e sui giornali, negli aeroporti come in televisione, e' inoltre in atto una campagna che punta a diffondere un comune senso di rifiuto nei confronti della violenza nelle mura di casa. Sempre dalla Spagna, che evidentemente ha a lungo sofferto tale piaga, ricordiamo il film di Ićar Bollán vincitore di 7 premi Goya, ''Ti do i miei occhi'' (2003), che racconta la storia di Pilar, vittima per dieci anni delle violenze fisiche e psicologiche del marito. (G.J.J.B.)



 



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